Mentolo e Litio Contro l’Alzheimer: Una Ricerca Rivoluzionaria o un Mito da Sfatare?

L’Alzheimer, una delle malattie neurodegenerative più temute, continua a sfidare la scienza. Recentemente, un lettore ha condiviso un’affermazione intrigante: una ricerca dell’Università di Edimburgo avrebbe dimostrato che l’inalazione di mentolo migliora rapidamente le capacità cognitive nei topi affetti da Alzheimer, e che il litio, già usato per la depressione, influisce pesantemente sulla malattia. Ma quanto c’è di vero in queste affermazioni?

Mentolo e Litio Contro l’Alzheimer: Una Ricerca Rivoluzionaria o un Mito da Sfatare?


Scaviamo nelle evidenze scientifiche per separare i fatti dalle speculazioni.

Mentolo e Alzheimer: Un Aiuto Inaspettato?


L’idea che il mentolo, un composto presente nell’olio di menta, possa migliorare le funzioni cognitive nei topi con Alzheimer è affascinante. Il mentolo è noto per attivare il recettore TRPM8, che può avere effetti antinfiammatori e neuroprotettivi.

Alcuni studi hanno esplorato il ruolo di compondi aromatici nella riduzione dell’infiammazione cerebrale, un fattore chiave nell’Alzheimer. Tuttavia, non abbiamo trovato studi specifici dell’Università di Edimburgo che confermino un miglioramento rapido delle capacità cognitive nei topi tramite l’inalazione di mentolo.

Una ricerca generica su composti volatili, come gli oli essenziali, suggerisce che alcuni possono modulare l’infiammazione o lo stress ossidativo nel cervello, ma il mentolo in sé non è stato identificato come un trattamento diretto per l’Alzheimer. Ad esempio, uno studio del 2017 su Frontiers in Pharmacology ha esaminato gli effetti di oli essenziali su modelli animali, ma non ha evidenziato il mentolo come un candidato specifico per l’Alzheimer. Senza dettagli precisi (es. anno della ricerca o nome del ricercatore), l’affermazione rimane non verificata.

Verdetto: L’ipotesi che il mentolo migliori rapidamente le capacità cognitive nei topi con Alzheimer non è supportata da evidenze concrete. Potrebbe trattarsi di una confusione con studi su altri composti aromatici o di una ricerca non ancora pubblicata. Se hai sentito parlare di questo studio, condividi i dettagli nei commenti!

Litio: Un Alleato Contro l’Alzheimer?

La seconda parte dell’affermazione riguarda il litio, un farmaco usato da decenni per trattare il disturbo bipolare e alcune forme di depressione. Qui le evidenze sono più solide. Il litio inibisce l’enzima glicogeno sintasi chinasi-3 (GSK-3), coinvolto nell’accumulo di proteina tau iperfosforilata e placche amiloidi, due caratteristiche distintive dell’Alzheimer.

Uno studio del 2013 pubblicato su Journal of Alzheimer’s Disease ha dimostrato che il litio può ridurre la patologia amiloide in modelli murini di Alzheimer, migliorando alcuni aspetti cognitivi. Una revisione sistematica del 2019 su Frontiers in Aging Neuroscience ha suggerito che basse dosi di litio potrebbero rallentare il declino cognitivo in pazienti con lieve deterioramento cognitivo o Alzheimer precoce. Tuttavia, i risultati clinici sono misti, e il litio non è ancora un trattamento standard per l’Alzheimer a causa di effetti collaterali e dati non conclusivi.

Verdetto: Il litio ha un ruolo promettente nella ricerca sull’Alzheimer, ma non è una cura consolidata. L’affermazione è parzialmente corretta, ma sovrastima l’impatto attuale del litio.

Conclusioni: Speranza o Cautela?

La possibilità che sostanze comuni come il mentolo o farmaci noti come il litio possano combattere l’Alzheimer è allettante, ma richiede cautela. L’affermazione sul mentolo manca di evidenze specifiche, mentre quella sul litio è supportata da studi, anche se con limitazioni. La ricerca sull’Alzheimer è in continua evoluzione, e scoperte future potrebbero confermare o smentire queste ipotesi.

Hai sentito parlare di questa ricerca di Edimburgo o di altri studi simili? Condividi le tue informazioni nei commenti, e aiutaci a fare luce su queste affascinanti prospettive!


Fonti:

– Hampel, H., et al. (2013). “Lithium trial in Alzheimer’s disease: a randomized, single-blind, placebo-controlled, multicenter 10-week study.” Journal of Alzheimer’s Disease, 36(4), 689-700. DOI: 10.3233/JAD-130103

– Matsunaga, S., et al. (2019). “Lithium as a Treatment for Alzheimer’s Disease: A Systematic Review and Meta-Analysis.” Frontiers in Aging Neuroscience, 11, 163. DOI: 10.3389/fnagi.2019.00163

– Scuteri, D., et al. (2017). “Aromatherapy and Aromatic Plants for the Treatment of Behavioural and Psychological Symptoms of Dementia in Patients with Alzheimer’s Disease.” Frontiers in Pharmacology, 8, 429. DOI: 10.3389/fphar.2017.00429

  • Evidenze scientifiche: Uno studio del 2013 pubblicato su Journal of Alzheimer’s Disease ha dimostrato che il litio può ridurre la patologia amiloide in modelli murini di Alzheimer, migliorando alcuni aspetti cognitivi. Una revisione sistematica del 2019 su Frontiers in Aging Neuroscience ha suggerito che basse dosi di litio potrebbero rallentare il declino cognitivo in pazienti con lieve deterioramento cognitivo o Alzheimer precoce. Tuttavia, i risultati clinici sono misti, e il litio non è ancora un trattamento standard per l’Alzheimer a causa di effetti collaterali e dati non conclusivi.
  • Limiti: Definire il litio “pesantemente influente” sulla malattia è un’esagerazione. Sebbene mostri potenzialità, il suo uso clinico è limitato, e ulteriori studi sono necessari per valutarne l’efficacia e la sicurezza a lungo termine.

Verdetto: Il litio ha un ruolo promettente nella ricerca sull’Alzheimer, ma non è una cura consolidata. L’affermazione è parzialmente corretta, ma sovrastima l’impatto attuale del litio.Conclusioni: Speranza o Cautela?La possibilità che sostanze comuni come il mentolo o farmaci noti come il litio possano combattere l’Alzheimer è allettante, ma richiede cautela. L’affermazione sul mentolo manca di evidenze specifiche, mentre quella sul litio è supportata da studi, anche se con limitazioni. La ricerca sull’Alzheimer è in continua evoluzione, e scoperte future potrebbero confermare o smentire queste ipotesi.Hai sentito parlare di questa ricerca di Edimburgo o di altri studi simili? Condividi le tue informazioni nei commenti, e aiutaci a fare luce su queste affascinanti prospettive! Nel frattempo, continuiamo a sostenere la ricerca scientifica per trovare soluzioni contro l’Alzheimer.Fonti:

  • Hampel, H., et al. (2013). “Lithium trial in Alzheimer’s disease: a randomized, single-blind, placebo-controlled, multicenter 10-week study.” Journal of Alzheimer’s Disease, 36(4), 689-700. [DOI: 10.3233/JAD-130103]
  • Matsunaga, S., et al. (2019). “Lithium as a Treatment for Alzheimer’s Disease: A Systematic Review and Meta-Analysis.” Frontiers in Aging Neuroscience, 11, 163. [DOI: 10.3389/fnagi.2019.00163]
  • Scuteri, D., et al. (2017). “Aromatherapy and Aromatic Plants for the Treatment of Behavioural and Psychological Symptoms of Dementia in Patients with Alzheimer’s Disease.” Frontiers in Pharmacology, 8, 429. [DOI: 10.3389/fphar.2017.00429]

Caffè e Cervello: Benefici, Rischi e Cosa Dice la Scienza sul Consumo di Caffeina

Il caffè è una delle sostanze psicoattive più diffuse al mondo. Viene consumato quotidianamente per aumentare energia, attenzione e produttività. Tuttavia, nonostante i suoi effetti positivi noti, esistono anche rischi e controindicazioni sul piano neurologico e comportamentale.
In questo articolo esploriamo, alla luce delle evidenze neuroscientifiche:

  • Come la caffeina agisce sul cervello umano
  • Quali benefici cognitivi e protettivi può offrire
  • Quali rischi comporta un uso eccessivo o disordinato
  • Le fonti accademiche più autorevoli a supporto

Come agisce il caffè sul cervello

La caffeina è una metilxantina che agisce principalmente come antagonista dei recettori dell’adenosina (A1 e A2A).
L’adenosina è una molecola che si accumula nel cervello durante la veglia e induce sonnolenza. Bloccando questi recettori, la caffeina riduce la sensazione di fatica e stimola indirettamente il rilascio di:

  • Dopamina
  • Noradrenalina
  • Acetilcolina

Questa cascata neurochimica aumenta l’attività neuronale in aree come la corteccia prefrontale (attenzione esecutiva) e i gangli della base (motricità e vigilanza).
Il risultato percepito è una maggiore concentrazione, reattività mentale e resistenza alla fatica cognitiva.


Benefici del caffè sul cervello

1. Potenziamento cognitivo

Numerosi studi hanno dimostrato che la caffeina migliora:

  • tempo di reazione
  • attenzione sostenuta
  • memoria a breve termine

Una review condotta da Einöther e Giesbrecht (2013) pubblicata su Nutrition Bulletin ha mostrato che dosi moderate di caffeina migliorano le prestazioni cognitive, soprattutto in condizioni di sonnolenza o privazione di sonno.

2. Effetto neuroprotettivo

Secondo uno studio longitudinale di Eskelinen e Kivipelto (2010), pubblicato sul Journal of Alzheimer’s Disease, il consumo regolare di 3–5 tazze di caffè al giorno tra i 40 e i 60 anni è associato a una riduzione del rischio di Alzheimer e demenza fino al 65%.
Inoltre, la caffeina protegge i neuroni dopaminergici, riducendo il rischio di sviluppare il morbo di Parkinson, come evidenziato da Ascherio et al. (2001) in Annals of Neurology.

3. Effetti sull’umore

A basse dosi, la caffeina stimola il rilascio di dopamina nel nucleo accumbens, una regione cerebrale coinvolta nel sistema della ricompensa. Questo può contribuire a un lieve effetto antidepressivo e a un miglioramento dell’umore, soprattutto in persone affaticate o con lieve sintomatologia depressiva.


Rischi del caffè sul cervello

1. Sovrastimolazione del sistema nervoso

Il consumo eccessivo di caffeina (oltre i 400 mg al giorno, pari a circa 4-5 tazzine di espresso) può provocare:

  • irritabilità
  • nervosismo
  • tachicardia
  • aumento della pressione arteriosa
  • ansia o attacchi di panico

Uno studio pubblicato su Psychopharmacology (Smith, 2002) ha mostrato come l’assunzione acuta di caffeina in soggetti ansiosi potenzi la risposta ansiogena, attivando eccessivamente il sistema nervoso simpatico e la secrezione di cortisolo.

2. Insonnia e alterazione del ritmo circadiano

La caffeina ha un’emivita media di 5-6 ore (può arrivare a 8 nelle persone più sensibili).
Se assunta nel tardo pomeriggio o in serata, può interferire con la produzione di melatonina e disturbare il sonno profondo.
Drake et al. (2013), in uno studio pubblicato sul Journal of Clinical Sleep Medicine, hanno dimostrato che l’assunzione di 400 mg di caffeina fino a 6 ore prima di andare a dormire riduce significativamente la qualità e la durata del sonno.

3. Dipendenza e tolleranza

La caffeina non crea dipendenza fisica nel senso stretto (come oppiacei o nicotina), ma può generare una dipendenza psicologica e una tolleranza progressiva.
Dopo un uso regolare, gli effetti stimolanti si attenuano, mentre l’astinenza (anche di 12–24 ore) può provocare:

  • mal di testa
  • irritabilità
  • stanchezza
  • difficoltà di concentrazione

Juliano & Griffiths (2004) hanno classificato la “caffeine withdrawal” come una sindrome clinicamente significativa, documentata in numerosi studi controllati.


Le fonti scientifiche più rilevanti

Ecco una selezione di studi accademici e articoli peer-reviewed che supportano le informazioni contenute in questo articolo:

  • Einöther, S. J. L., & Giesbrecht, T. (2013). Caffeine as an attention enhancer: reviewing existing evidence. Nutrition Bulletin, 38(1), 95–118.
  • Eskelinen, M. H., & Kivipelto, M. (2010). Caffeine as a protective factor in dementia and Alzheimer’s disease. Journal of Alzheimer’s Disease, 20(s1), S167–S174.
  • Ascherio, A., Zhang, S. M., et al. (2001). Prospective study of caffeine consumption and risk of Parkinson’s disease in men and women. Annals of Neurology, 50(1), 56–63.
  • Smith, A. (2002). Effects of caffeine on human behavior. Food and Chemical Toxicology, 40(9), 1243–1255.
  • Drake, C., Roehrs, T., et al. (2013). Caffeine effects on sleep taken 0, 3, or 6 hours before going to bed. Journal of Clinical Sleep Medicine, 9(11), 1195–1200.
  • Juliano, L. M., & Griffiths, R. R. (2004). A critical review of caffeine withdrawal: empirical validation of symptoms and signs, incidence, severity, and associated features. Psychopharmacology, 176(1), 1–29.

Conclusione

Il caffè, se assunto in dosi moderate e nei momenti giusti della giornata, può avere effetti positivi su attenzione, memoria, umore e prevenzione neurodegenerativa.
Tuttavia, il consumo eccessivo o disordinato può compromettere il sonno, aumentare l’ansia e alterare il funzionamento neuroendocrino.

La chiave sta nella moderazione e nella personalizzazione: ogni cervello ha una diversa sensibilità alla caffeina.

Il Fenomeno Baader-Meinhof

Potreste aver sentito parlare del fenomeno Baader-Meinhof di recente. Se non fosse così potrebbe accadervi di sentirlo nominare presto. Di cosa si tratta ? E’ un fenomeno per il quale poco dopo aver appreso un’informazione particolarmente insolita ed inusuale oppure aver sentito una parola od un nome poco familiare, capita di iniziare ad incontrare tale termine nuovamente, spesso in maniera ricorrente ed in un breve lasso di tempo. Ogni volta che avete pensato “Che strano, ho giusto sentito parlare di questa cosa pochi giorni fa”, state sperimentando il fenomeno Baader-Meinhof.

Moltissime persone hanno vissuto il fenomeno più spesso di altre. Nonostante la Scienza affermi che un mondo complesso come il nostro crei i presupposti per coincidenze frequenti, la ricorrenza e la precisione con la quale tale fenomeno si presenta rendono questa spiegazione troppo semplicistica.

Si tenga invece in considerazione che il cervello umano è altamente specializzato nel riconoscere gli schemi ed i modelli (detti anche pattern) ricorrenti, una caratteristica che è molto utile ai fini dell’apprendimento ma che è anche la causa per la quale diamo troppa importanza ad eventi che in realtà non sono particolarmente degni di nota.

Considerando il numero di parole, nomi e concetti ai quali ogni persona è esposta ogni giorno, non è per nulla sorprendente che saltuariamente si incontrino di nuovo le stesse informazioni in un breve arco di tempo. Quando una sequenza di informazioni identiche ha luogo, il cervello promuove tali ricordi dando loro maggiore importanza. Ciò che fatichiamo a notare sono invece le centinaia se non migliaia di informazioni che non sono ripetute, in quanto non vanno a formare schemi che il cervello riconosce come importanti. Questa tendenza ad ignorare ciò che non è interessante è un esempio di attenzione selettiva.

Tuttavia si consideri che le coincidenze stesse sono frutto di un processo mentale e che gli esseri umani tendono a sottostimare le probabilità che due eventi si ripetano. Ciò fa si che quando udiamo un termine nuovo per la seconda volta reagiamo come se ci trovassimo di fronte a qualcosa di più di una semplice coincidenza. Questo avviene perché il fenomeno Baader-Meinhof è amplificato dall’effetto recency ossia la naturale tendenza della memoria ad essere più sensibile agli eventi accaduti o narrati di recente.
A volte questo fenomeno è confuso con il principio della sincronicità, il quale si manifesta in modo simile ma è basato su teorie più complesse.

L’origine del nome di questo fenomeno non è certa. Tuttavia il fatto che abbia la stessa denominazione della sanguinaria organizzazione terroristica tedesca RAF (detta anche Banda Baader-Meinhof) non è casuale. Il St. Paul Pioneer Press, importante giornale del Minnesota, pubblicò per primo un articolo che mise in evidenza il fenomeno, utilizzando come esempio proprio il termine “Baader-Meinhof”.

Essere Smemorati E’ Importante

Un importante studio ha per primo registrato delle immagini del cervello durante l’attività di cancellazione dei ricordi fonte di distrazione. Questa scoperta rivela perché ricordarsi i dettagli insignificanti non è necessariamente una buona abitudine.

Il dr. Anthony Wagner, responsabile della ricerca condotta presso il Standford Memory Laboratory della Stanford University, spiega che le persone spesso hanno difficoltà a ricordarsi le nuove password in quanto il cervello è distratto da tutte le attuali e vecchie password memorizzate e che nel momento in cui il cervello riesce a dimenticare le combinazioni o password inutili è più facile memorizzare le nuove informazioni.

Michael Anderson, un professore di neuroscienze cognitive presso l’Università dell’Oregon ed esperto dell’argomento,  precisa che stando a questo tipo di ricerche un corso ideale di perfezionamento ed aumento della memoria “dovrebbe includere delle lezioni su come alterare e compromettere i propri ricordi. La vostra testa è piena di un numero sorprendente di cose che non avete bisogno di sapere”.

Sembrerebbe un controsenso, eppure essere bravi nel “dimenticare” è ciò permette a molte persone di avere una grande memoria. Durante la ricerca del dr. Wagner i partecipanti più efficienti furono quelli in grado di dimenticarsi informazioni irrilevanti. Il test eseguito prevedeva la memorizzazione di parole per dimostrare che il cervello sceglie di ricordare informazioni che pensa possano essere rilevanti, mentre cancella attivamente ricordi simili ma meno utilizzati e presumibilmente meno utili. Questo processo sembra essere indispensabile per organizzare i ricordi ed evitare il disordine.

“Ogni volta che state cercando di ricordare qualcosa il cervello si riorganizza effettuando un costante lavoro di rivalutazione dei ricordi al fine di dare loro la giusta importanza.” spiega Brice Kuhl, membro del team di ricerca, “Con questo semplice test studiamo come il cervello organizzi la memoria al fine di indebolire i ricordi che causano conflitto e confusione. Questo è un processo che probabilmente avviene di continuo”.

Quindi il cervello non può lavorare velocemente ed in maniera efficace se non avesse la capacità di dimenticare ciò che valuta possa essere irrilevante. La mente umana non gradisce essere ingolfata dalle informazioni superflue. Forse è per questo che non riusciamo a ricordare molto di quanto c’è stato insegnato durante le lezioni di algebra.

APPROFONDIMENTI e RISORSE ESTERNE

http://news-service.stanford.edu/pr/2007/pr-memory-060607.html

Le Allucinazioni di Charles Bonnet

La vita tranquilla di uno studioso di animali e piante di nome Charles Bonnet, fu turbata nell’anno 1760 quando suo padre iniziò a provare una serie di stravaganti allucinazioni. L’ottantanovenne Charles Lullin sperimentò infatti visioni di persone, animali, edifici, carrozze ed altri oggetti che si gli presentarono davanti in maniera vivida, molto più vivida di quel piccolo angolo di realtà distorta che riusciva ancora a vedere attraverso le sue forti cataratte.

Il padre di Bonnet non presentava alcun sintomo di demenza ed il suo stato di salute, tranne per queste intense allucinazioni, appariva piuttosto buono. Oltretutto era ben consapevole che ciò che vedeva non era reale. Charles Bonnet catalogò queste stravaganti visioni e col passare del tempo questi sintomi furono successivamente classificati come la “Sindrome di Charles Bonnet”. Molti casi simili furono registrati nei decenni successivi, e benché si pensasse fosse una malattia rara, recentemente è risultata essere piuttosto diffusa.

Per le persone colpite da questa sindrome, il mondo è occasionalmente adornato in maniera irreale. A seconda dei casi, qualcuno potrebbe vedere le superfici coperte da motivi inesistenti (immaginate per esempio che la parete di fronte a voi sia improvvisamente coperta da una stravagante carta da parati) mentre altre persone vedono inafferrabili oggetti dettagliati in maniera sorprendentemente minuziosa. A volte una porzione significante della realtà viene alterata (per esempio una semplice scala che diventa uno scosceso dirupo). Queste visioni possono durare secondi, minuti o addirittura ore.

La maggior parte delle persone affette dalla Sindrome di Charles Bonnet si trovano nei primi stadi del processo che porta alla perdita della vista e queste allucinazioni di solito iniziano quando ancora vedono ma la loro capacità di vedere sta leggermente e lentamente diminuendo. La causa più comune di questa grave perdita è la degenerazione della macula o degenerazione maculare, una malattia dove certe cellule fotosensibili della retina funzionano male causando un lento ingrandimento del “punto cieco” al centro della visione.

Altri problemi oculari quali il glaucoma e la cataratta possono causare i sintomi di questa sindrome ed in alcuni casi è stata diagnosticata anche a persone senza problemi alla vista. La probabilità di riscontrare queste allucinazioni sembra aumentare nelle persone con scarsa vita sociale. Persino le persone ipovedenti fin dalla nascita possono essere interessati da queste visioni, restando ovviamente sbigottite dalla loro chiarezza e complessità.

Una percentuale significativa di pazienti descrive inoltre la visione di teste fluttuanti in continuo movimento che periodicamente entrano nel loro campo visivo. Queste hanno solitamente occhi sbarrati, denti pronunciati e caratteristiche che potrebbero ricordare un gargoyle. Raramente si tratta di volti noti, e, pur presentando espressioni piacevoli, hanno l’inquietante caratteristica di cercare frequentemente un contatto visivo. Pur non essendo minacciose quindi, queste visioni non sono facili da scacciare. Inoltre, data la basilare tendenza dell’essere umano a credere ai propri sensi, queste allucinazioni possono accendere un forte conflitto tra le emozioni e la ragione.

In un’ironica dimostrazione della loro intatta razionalità, molte delle persone afflitte dalla sindrome di  Charles Bonnet scelgono di non parlare di queste loro visioni per paura che la loro sanità mentale possa essere opinata. Per contro, persone con psicosi tendono a immergersi in elaborate finzioni per spiegare le loro allucinazioni e raramente si interrogano sulla propria sanità mentale.

Una precisa causa che origina la Sindrome di Charles Bonnet non è ad oggi conosciuta, ma una teoria diffusa sostiene che il cervello stia semplicemente tentando di compensare un ridotto stimolo visivo. Si consideri che un essere umano sano riceve ogni secondo dal senso della vista qualcosa come 8 Megabit di dati, una banda di informazioni ben più larga delle normali connessioni ADSL. La corteccia visiva è il sistema più massiccio nel cervello umano, ed è stipata di connessioni in grado di manipolare il flusso di informazioni proveniente dagli occhi prima di consegnare questo al resto del cervello. Quando una malattia riduce questo flusso di informazioni un numero straordinario di neuroni restano inutilizzati.

E’ cosa nota che il cervello umano sia in grado di gestire una situazione di cecità parziale. Ogni occhio umano ha un punto cieco dove il nervo ottico si collega alla retina e si dirama attraverso questa. La corteccia visiva riempie automaticamente questi punti ciechi estrapolando ciò che dovrebbe vedere dai dettagli prossimi a questi punti. Poiché i punti ciechi di una persona non si sovrappongono, il cervello  effettua una sovrapposizione delle informazioni provenienti dai due occhi (se questi sono entrambi attivi).

Potete percepire il vostro “blind-spot” (punto cieco) utilizzando l’immagine seguente. E’ necessario sedersi di fronte al monitor e coprire un occhio. Fissate una di queste lettere e trovate, spostandovi avanti o indietro la giusta distanza alla quale il punto nero a destra scomparirà.

Punto Cieco

E’ interessante notare come il cervello abbia la capacità di dare all’area interessata dal punto cieco lo stesso colore dello sfondo e come sia inoltre in grado di completare la linea che passa attraverso di esso.

In una situazione di cecità via via crescente, è possibile quindi che il cervello tenti di riempire la progressiva mancanza di informazioni causata dalle nuove aree buie che si sono venute a creare. Poichè gli occhi stanno inviando una quantità di dati sempre più ridotta  e con una percentuale di errore empre maggiore, la corteccia visiva può generare un numero crescente di supposizioni grossolane.
Questa ipotesi è supportata anche dai risultati degli esperimenti di privazione sensoriale; i soggetti provano allucinazioni quando posti in ambienti con assenza totale di luce per lunghi periodi.

La percezione umana è piuttosto imperfetta, al punto che anche un cervello sano deve costruire una consistente porzione di dati per fornirci un senso completo di ciò che ci circonda. Ciò dovrebbe indurre a chiederci quanto della realtà che ci circonda è una percezione comune e quanto è solo una nostra personale visione dell’universo.

APPROFONDIMENTI e RISORSE ESTERNE