Come smettere di provare vergogna per il tuo disturbo d’ansia

L’ansia è una fonte di vergogna ben radicata per la maggior parte delle persone, e la vergogna è un sentimento tossico che ci tiene bloccati e che ritarda la nostra guarigione completa dal disturbo d’ansia. Per cominciare a guarire la nostra ansia, dobbiamo rinunciare al nostro senso di vergogna riguardo essa. Se la esponiamo alla luce del giorno, la vedremo per la menzogna che è.

La vergogna si manifesta in modi diversi per le persone ansiose: vergogna di essere deboli. Vergogna di fallire come madre o padre o capo o amico. Vergogna di non essere in grado di sostenere la tua famiglia e portare a casa uno stipendio. Vergogna di non essere in grado di uscire dalla propria zona di sicurezza o di andare a fare shopping da solo senza la persona che ti dà sicurezza.

La maggior parte di questa vergogna è alimentata da un dialogo interiore negativo. Per esempio, un padre che sta affrontando l’ansia potrebbe pensare: “Come posso io, l’uomo della famiglia, non essere in grado di portare i miei figli a una partita di pallone?”

Uno studente universitario potrebbe pensare: “Tutti gli altri sono così estroversi, e io ho paura di sedere anche solo pochi minuti in aula.”
Una neomamma potrebbe pensare: “Ho questo meraviglioso bambino che adoro così tanto, ma questi pensieri ansiosi mi stanno rubando la gioia che dovrei poter sentire. Come posso pensare certe cose? Sono una madre terribile?”

Ci sono persone che non nascondono la loro ansia e che sembrano felici di parlarne, ma anche in quel caso la conversazione tende a rimanere a un livello superficiale. Se scavi un po’ più a fondo tuttavia, inevitabilmente troverai quella stessa vergogna latente, una vergogna che non vogliono condividere con nessuno, cose che non vogliono ammettere per timore di essere giudicati.

Spesso la vergogna segna davvero nel profondo. Una volta ricevetti una telefonata da una donna che voleva parlare dei suoi attacchi di panico e della sua ansia costante. Lei viveva con suo marito e i suoi figli in un piccolo paese. Mi disse come l’ansia e gli attacchi di panico stessero distruggendo la qualità della sua vita, e come ogni giorno si stesse trasformando in un’intensa battaglia. Aveva l’abitudine di viaggiare tutto intorno al mondo per lavoro come responsabile vendite per una grande azienda, ma ora trovava difficile uscire dalla porta di casa per paura di avere un attacco di panico.

Le chiesi se avesse detto a qualcuno del suo problema con l’ansia a parte suo marito e il suo dottore. Mi rispose che aveva parlato con qualche amico, ma in generale teneva la cosa per sè, temendo che gli altri cominciassero a spettegolare a riguardo. Quindi le chiesi cosa davvero la turbasse di più della sua ansia.
Si irritò un po’ e disse, “Ma non mi stavi ascoltando? Non riesco ad uscire di casa a causa di questo, e ho dei bambini ai quali badare. Cosa potrebbe esserci di peggiore di questo?” “No, quello lo capisco,” dissi. “Ma cosa DAVVERO ti turba della tua ansia?” Ci fu un lungo silenzio. Poi, dopo un attimo disse “Non uscire di casa non è che la metà del problema. C’è tutto il resto che non potrei mai confessare a nessuno…mi vergogno troppo.”
“Beh, mettimi alla prova,” dissi. “Sono praticamente una sconosciuta, solo qualcuno all’altro capo del telefono. Non credo che ci vedremo mai di persona. Non hai niente da perdere.”
“Okay…,” disse. “Beh, in fondo ho paura di perdere la testa. Come se stessi perdendo il contatto con la realtà. Non sono mai presente con i miei figli perchè tutto il tempo penso alle mie idee ansiose.”

Le dissi che le persone spesso riescono ad ammettere col proprio dottore o con gli amici più cari il loro problema con l’ansia e gli attacchi di panico, ma raramente ammettono le cose che davvero li sconvolgono maggiormente. Nascondono le loro paure più grandi così in profondità e soffrono in un terribile silenzio.
Per esempio, è normale per queste persone avere timore di prendere in mano un coltello da cucina nel caso in cui impazziscano e finiscano per accoltellare qualcuno o di diventare ansiosi dietro il volante di un’auto per timore di sbandare in modo incontrollato e incrociare il traffico in senso opposto. Oppure odiano uscire in balcone per timore di essere presi da un momento di pazzia e buttarsi giù. Altri ignominiosi pensieri ansiosi hanno a che fare con proibiti, aggressivi, o pensieri sessuali perversi o dubbi riguardo alla propria identità sessuale.

Così tante persone soffrono in silenzio a causa di questo tipo di importuni pensieri ansiosi, e vorrei che tutti avessero la possibilità di capire quanto comuni siano. Tali pensieri sono molto diffusi e non sono un segno di malattia mentale, ma piuttosto il risultato di un alto livello di ansia, ormoni dello stress, sfinimento, e un’immaginazione iperattiva. Ecco qua. (Parlo di questo tipo di pensieri importuni nel capitolo “Smetti di temere i pensieri ansiosi.”)

Esiste un episodio di un uomo che davvero riassume il tipo di vergogna della quale soffre la gente con disturbi d’ansia. Tommaso, che soffriva di frequenti attacchi di panico, era il padre di un ragazzino di dieci anni. Ogni weekend si rimproverava per non avere il coraggio di fare certe cose con suo figlio. Cose come andare a pesca o in tenda, come aveva fatto lui col padre crescendo.
Una volta mi raccontò di una recente uscita in occasione di un concerto pop, avvenuta poco prima che parlassimo. Andavano a vedere una popolare band suonare in un locale della zona con alcuni degli amici di suo figlio e i loro genitori. I biglietti non erano economici e il figlio “non vedeva più l’ora di andare a questo evento fighissimo”.

Erano seduti nel bel mezzo della platea quando Tommaso cominciò a sentire le spiacevoli sensazioni di costrizione al petto che in genere gli scatenavano gli attacchi di panico. Fece del suo meglio per ignorarlo ma non appena la band salì sul palco e la folla cominciò a gridare sentì l’ansia montare velocemente e avvertì il bisogno di uscire di lì. Il problema era che erano tutti insieme e la sensazione di essere intrappolato con quelle persone sul posto peggiorava la sua ansia.

Resistette ancora qualche minuto, poi improvvisamente si alzò e disse a suo figlio di seguirlo fuori. Mentre se ne andavano spiegò agli altri genitori che suo figlio non si sentiva bene e che sarebbero ritornati a casa. Questo sorprese gli altri, dato che il figlio era stato di ottimo umore tutta la sera.
Quando furono fuori, gli occhi di suo figlio erano pieni di lacrime mentre chiedeva a suo padre che cosa non andasse. Perchè aveva mentito? Perchè dovevano tornare a casa?

Tommaso non seppe come rispondere e bonfonchiò qualcosa riguardo a qualcosa di urgente che doveva fare, mentre camminavano velocemente verso la macchina e guidavano verso casa. L’intero incidente riempì Tommaso di un tale senso di vergogna che scalfì il suo senso profondo di autostima.

Per mettere fine alla vergogna, devi smascherarla. Prima devi ammetterlo chiaramente con te stesso. Devi avere chiaro in testa cos’è che non potresti mai ammettere con qualcun altro. A quel punto può cominciare la guarigione. La vergogna è comunque una menzogna di cui non hai bisogno. Quando la esponi alla luce del giorno, perde la sua presa perchè viene mostrata per quello che è: un’illusione.

Non c’è niente di cui vergognarsi nel soffrire di un problema di ansia. Sei in buona compagnia. Si dice che alcune delle menti migliori del mondo abbiamo sofferto di ansia, come lo scienziato Charles Darwin e Sir Isaac Newton. È ritenuto che artisti e scrittori famosi come Alfred Lord Tennyson, T.S. Eliot, Marcel Proust, Emily Dickinson (la lista è davvero infinita) ne abbiano sofferto in modo analogo.

Il collegamento tra creatività e ansia è assodato. La ricerca mostra che le persone che soffrono di problemi d’ansia tendono a ottenere un punteggio superiore alla media in intelligenza, creatività e sensibilità. Quello che accade, fortunatamente, è che tutte quelle caratteristiche positive possono ritorcersi su sé stesse quando lo stress e l’ansia si manifestano. Una mente acuta e intelligente corre a diagnosticare qualsiasi sensazione fisica inusuale, e quando non individua una risposta, viene sopraffatta dall’ansia e giunge a conclusioni irrazionali.

Deepak Chopra ha scritto: “Il modo migliore di utilizzare l’immaginazione è la creatività. Il modo peggiore di utilizzare l’immaginazione è l’ansia.”

Un carattere sensibile con una vena creativa spesso usa l’immaginazione per mettere insieme scenari spaventosi che sembrano usciti da un film horror. Quanto spesso avete provato una sensazione e poi avete lasciato la vostra immaginazione scatenarsi pensando ad ogni cosa possibile che potevate avere?

Vuoi migliorare la tua vita? Puoi iniziare già da questo Weekend.

  1. Fai ordine. Perché stai ancora conservando quei biglietti d’amore che ti ha scritto l’ex anni fa? Stanno occupando spazio nel tuo mondo materiale ed occuperanno anche quello emozionale. Il disordine ti influenza negativamente. Non hai mai notato di essere molto più produttivo quando lavori su una scrivania pulita? Prenditi un weekend per sbarazzarti dell’immondizia che hai accumulato negli anni. Trova un piccolo posto in casa dove poter mettere i rifiuti che devi per forza tenere. Disordine significa caos.
  1. Smettila di preoccuparti di ciò che pensano gli altri. Smettila di pensare a ciò che gli altri pensano di te o delle tue scelte, inclusi i tuoi genitori. Mentre rimugini sul fatto di cambiare lavoro, di fare una vacanza diversa dal solito, o di cambiare casa, vedere e considerare le tue decisioni con gli occhi degli altri ti fa sprecare tempo ed energia.
  1. Stacca la spina. Ci sta lasciare stare il tuo telefono per una sera; i social media saranno ancora là al tuo ritorno. Postare costantemente dove ti trovi e quanto ti diverti può diventare estenuante, oltre a sottrarti dal momento che stai vivendo. Finisci per vivere le esperienze attraverso lo schermo del tuo smartphone al posto di godertela in prima persona.
  1. Fai del volontariato. Tutti i primi dell’anno dico che farò qualcosa di buono per l’umanità. Ma non succede mai. Ma! Ci sono studi dimostrano che fare volontariato ti fa bene sia fisicamente che psicologicamente. Anche fare volontariato per poco tempo ci dà un impulso positivo, quindi dedicare qualche ora ad una causa degna è una mossa vincente.
  1. Fai qualcosa che hai paura di fare. Se hai paura di cantare in pubblico vai in un bar dove fanno karaoke e canta a squarciagola. Se hai sempre voluto provare a fare box ma hai sempre avuto paura di fare schifo, allora iscriviti ad un corso di box. Metterti in gioco ti dà un senso di soddisfazione, anche se dovessi fallire. Il beneficio che ne trai non è il successo, è il fatto di uscire dalla tua zona di comfort. La tua vita ne sarà rinvigorita e ti sentirai senza paura, anche se dovessi essere pessimo nel fare ciò che fai.
  1. Scrivi una lettera ad un amico che abita lontano. Sì, proprio una lettera scritta a mano, non una mail: pensa a quanto si divertirà il tuo amico a ricevere la lettera; e probabilmente riceverai presto una lettera di risposta. Tutti sanno che ricevere una lettera “alla vecchia maniera” è divertente.
  1. Cucina un piatto buonissimo. Se cucini regolarmente, mettiti alla prova e cucina un piatto che non hai mai fatto prima, che sia difficile o esotico. Se invece non conosci la differenza tra una padella per friggere ed una casseruola, scegli qualcosa di delizioso ma semplice. La sfida di creare qualcosa che normalmente non faresti ti dà una gioia vera, così come mangiare ciò che cucini.
  1. Passa del tempo con un cane. Gli animali e, in modo particolare, i cani, hanno un punto di vista sul mondo veramente semplice. O gli piace qualcosa così tanto da annusarne e leccarne tutte le parti, o lo odiano e lo lasciano stare. Senza offendersi, senza arrabbiarsi, senza pensare a dove si trovano. È sufficiente un po’ di amore e un po’ di bavetta di cane per trasformare il peggiore dei musi in un sorriso. Qualche ora a giocare e pettinare un amico peloso può portare una dose salutare di genuina felicità.
  1. Tieniti in forma. Sia che questo significhi andare in bicicletta ben attrezzati oppure correre disordinatamente intorno al quartiere. Scientificamente parlando, la fatica fisica rilascia gli ormoni della felicità chiamati endorfine. Una sfida sportiva può alleggerire il carico di stress che ci portiamo appresso. C’è qualcosa di stranamente soddisfacente nel sudare e puzzare così tanto per aver faticato duramente.
  1. Immergiti nella natura. A meno che tu non viva in un luogo sperduto, le probabilità che durante la settimana debba affrontare lo stress del traffico sono alte. Troppo caos, troppo inquinamento e troppe persone stupide. Vai da qualche parte dove sei circondato da alberi, laghi o montagne, anche se si tratta solamente di un parco in città. Stare seduti al sole nell’erba con qualche snack e della buona compagnia puoi aiutarti a ritrovare l’equilibrio. Alla fine, porterà del colore nella tua vita.

A spasso con Mr. Einstein

Il Dr. Albert Einstein morì il 18 aprile 1955 all’ospedale di Trenton in New Jersey. Come da sua volontà fu cremato senza cerimonia il giorno stesso e le ceneri sparse in un luogo imprecisato. Tuttavia il corpo arrivò all’appuntamento con la cremazione incompleto in quanto il cervello era stato rimosso.

Ora si trova in un contenitore di plastica, immerso nella formaldeide, nel laboratorio del Dr. Thomas Harvey, il medico incaricato di eseguire l’autopsia sul corpo di Einstein. Durante questa operazione rimosse il cervello e lo conservò.

Il Dr. Harvey divenne molto protettivo nei confronti del prezioso cimelio, e lo suddivise in 240 porzioni, che dispose in vari contenitori presso la sua abitazione. Nonostante fosse in possesso del cervello di Einstein, per molti anni non divulgò alcuna informazione a riguardo, dichiarando di non essere in grado di trovarvi nulla di inusuale.

Con il passare del tempo cedette molti campioni del cervello di Einstein a vari ricercatori. Uno di questi, il Dr. Marian Diamond dell’Università di Berkeley, ne scoprì delle caratteristiche interessanti.

La fitta rete di neuroni del un cervello è sostenuta e nutrita da cellule chiamate cellule gliali. Il Dr. Diamond mise a confronto la percentuale di cellule gliali del cervello di Einstein con quelle di altri uomini che morirono alla stessa età e trovò che in Einstein ve ne erano circa il 73% in più rispetto alla media. Ciò poteva significare probabilmente che i suoi neuroni avevano un metabolismo più intenso; necessitavano e consumavano quindi più energia.

Per anni il Dr. Harvey portò con se il resto del cervello ogni volta che si spostava, finché nel 1996 cedette tutte le parti rimanenti al Dr. Elliot Krauss, che lo sottopose ad accurati esami. L’accesso per fini scientifici fu esteso anche altri studiosi e presto le ricerche evidenziarono che il cervello di Einstein era caratterizzato da ben altre particolarità.

Si scoprì che il suo cervello era del 15% più grande della norma, per via del fatto che la corteccia parietale inferiore per entrambe gli emisferi era molto più sviluppata del normale. Questa caratteristica avrebbe dato ad Einstein delle capacità di immaginazione visiva particolarmente spiccate, in quanto le regioni del cervello sovradimensionate sono principalmente responsabili della cognizione visivo-spaziale, pensiero matematico e figurazione del movimento.
Scoprirono inoltre che il cervello di Einstein in quella regione era meno attorcigliato su se stesso rispetto al solito, dando la possibilità ai neuroni di comunicare più velocemente data la loro vicinanza.

Durante la sua vita Einstein era solito minimizzare le sue capacità intellettive con frasi quali “Il contrasto tra quello che l’opinione pubblica pensa delle mie capacità e dei miei successi e la realtà è semplicemente grottesco”. In un’altra occasione disse “Non ho particolari talenti, sono solo appassionatamente curioso”. Tuttavia i risultati ottenuti e gli esiti degli studi sul suo cervello hanno indicato che possedeva realmente delle capacità mentali eccezionali.

Attualmente il quello che resta del suo cervello passa la maggior parte del tempo immerso in un contenitore presso l’ospedale di Trenton in New Jersey e senza dubbio sarà in grado di svelare altre importanti informazioni riguardo la struttura di una mente geniale.

“La cosa più bella che possiamo provare è il misterioso. E’ fonte di tutte le vere arti e scienze.”
Albert Einstein (1879-1955)

 

Depressione Post Partum

La psicologa sorride a Giovanna, una neo-mamma di 36 anni. “Per favore intrattenga il bimbo per un paio di minuti”, la terapista quindi lascia la stanza. Due videocamere filmano Giovanna e la sua figlia di 3 mesi. Nella stanza adiacente un monitor mostra la madre di fronte alla figlia, seduta in un seggiolone. Inizialmente Giovanna appare persa e non sa cosa fare. Dopodiché il suo viso si irrigidisce vistosamente, inizia quindi a sussurrare alla bimba. La piccola instaura un veloce contatto visivo con la madre, diventa irrequieta dopodiché distoglie lo sguardo da lei. Giovanna quindi smette di parlarle e si sente nuovamente insicura su come agire. In maniera assente tocca il piede della figlia con una mano. Passati i 2 minuti la psicologa bussa alla porta, trovando Giovanna sull’orlo di una crisi di pianto.

Risulta chiaro come Giovanna soffra di depressione post-partum, un disturbo che ha danneggiato il suo rapporto con la figlia. Benché la maggior parte delle donne sia soggetta a periodi di pianti, irritabilità, difficoltà di concentrazione e spossatezza, queste crisi passano nell’arco di poche ore o giorni. Ma per una percentuale tra il 10 e il 20 percento delle neo-mamme, nel primo anno di maternità, compaiono problematiche come quelle di Giovanna che, se non trattate adeguatamente, possono perdurare mesi o anni.

Giovanna si sente spesso esausta e svuotata emozionalmente. Quando la figlia piange, a volte vorrebbe sparire o addirittura fuggire. Si sente pervasa dai sensi di colpa per il fatto di non riuscire a mostrare amore alla figlia. Le madri con i sintomi della depressione post-partum sono spesso travolte dalla sensazione che potrebbero perfino fare male alle proprie creature. Nonostante ciò avvenga raramente, le madri depresse possono comunque trovare particolarmente difficile e gravoso occuparsi dei propri figli.

Questa problematica affligge donne di tutto il mondo. Una ricerca su 143 studi effettuati in 40 Paesi mette in evidenza come la depressione post parto è particolarmente comune in Brasile, Guyana, Costa Rica, Italia, Cile, Sud Africa, Taiwan e Corea, con picchi di diffusione del 60% tra le neo mamme.

IL CAOS ORMONALE E LA PREDISPOSIZIONE

Le cause di questo disturbo non sono completamente note, ma l’intensa tempesta ormonale che avviene dopo il parto può, nei soggetti predisposti, contribuire in particolar modo.Le donne sono particolarmente vulnerabili alla depressione durante gli anni fertili: percentuali di diffusione del disturbo sono più alte in donne tra i 25 e 45 anni. Nel numero di ottobre di “American Journal of Psychiatry” uno studio riporta che il 10,4% di circa 4.400 madri è stata depressa nei 9 mesi successivi al parto, la percentuale di donne depresse alle prime settimane della gravidanza è stata del 8,7% e del 6,9% durante la gestazione. Più della metà delle donne con depressione post-partum risulta inoltre essere stata depressa prima della gravidanza, questo fà pensare che possa essere uno dei fattori di rischio maggiori.
Il fattore scatenante nei soggetti predisposti è tuttavia il caos ormonale che avviene durante la gravidanza. Basti pensare che nelle 48 ore successive al parto il livello di estrogeni e di progesterone hanno una brusca diminuzione ad 1/50esimo della quantità presente nel sangue durante la gravidanza. Questa forte oscillazione può contribuire all’avvio dello stato di depressione, così come il più modesto sbalzo ormonale che precede il periodo mestruale basta a causare un cambiamento d’umore nella donna.

Ovviamente il flusso di ormoni non basta a spiegare il fenomeno. Dopotutto queste oscillazioni nella chimica corporea avvengono in tutte le madri, e solo una piccola percentuale di queste accusa questo grave disturbo; con ogni probabilità sono quelle già predisposte al disturbo.
Nel 2000 l’endocrinologo David Rubinow, allora in servizio presso un istituto di salute mentale, presentò una ricerca che mostrava come la simulazione delle variazioni ormonali che avviene durante la gravidanza e dopo il parto in 16 donne fece calare drasticamente i sintomi depressivi in 5 delle 8 donne che avevano avuto in passato esperienze di depressione, mentre questo risultato non si è ottenuto nei soggetti che non avevano mai avuto periodi di depressione.

Anche le energie che una maternità richiede giocano un ruolo importante. Molte donne si sentono esauste a causa dell’interruzione del sonno causata dal pianto del neonato e sentono come particolarmente gravoso il compito di accudirlo. Altre rimpiangono spesso il cambiamento dello stile di vita o la forma fisica che avevano prima del parto. Le donne che devono sopportare questi stress in aggiunta a problemi di coppia, parti difficili, perdita del lavoro o scarso supporto da parte dei familiari sono i primi soggetti a soccombere alla depressione post-partum.

LEGAMI INDEBOLITI

Le conseguenze della depressione si abbattono non soltanto sulla madre. Avvolta da una cortina di tristezza la madre spesso manca di energia emotiva per relazionarsi correttamente col proprio bambino. Un dolore a volte insopportabile le impedisce di percepire un sorriso, un pianto ed altri gesti che il neonato esegue per tentare di comunicare con la madre. Senza una sua risposta da parte sua il bambino cessa di relazionarsi con lei. Per questo i neonati di 3 mesi con madri depresse cercano meno spesso un contatto visivo con la madre e mostrano meno segni di emozioni positive di quanto facciano i figli di mamme senza questo problema.
Infatti i neonati di madri depresse hanno un comportamento analogo alla “impotenza appresa” , un fenomeno che il psicologo Seligman e i suoi colleghi presso l’università della Pennsylvania hanno trattato negli anni 1960. Nell’esperimento di Seligman un animale arriva alla conclusione che una situazione definita come disperata in seguito a svariati falliti tentativi resta tale anche quando la situazione cambia favorevolmente ed un ulteriore tentativo (che però non viene effettuato) sarebbe quindi positivo. Una simile passività caratterizza la depressione in quanto i neonati tendono a imitare il comportamento depressivo della madre. Tale reciproca rinuncia può avviare un processo che porta all’erosione dei legami affettivi tra madre e figlio, specialmente se la depressione compare nei primissimi mesi di vita del bambino. Altri studi hanno mostrato che i neonati sviluppano le capacità sociali di base tra il secondo ed il sesto mese di vita, instaurando relazioni con la madre e spesso anche con altre persone. In una ricerca del 2006 su 101 neomamme, la psichiatra Eva Moehler e i suoi colleghi scoprono che la depressione materna diminuisce fortemente i legami tra madre e figlio se questa compare tra le 2 settimane e i 4 mesi di vita del neonato, mentre non sortisce alcun effetto se il bambino ha superato i 14 mesi di età. Perciò la depressione occorsa durante i primi mesi di vita del bimbo possono essere particolarmente pericolosi per il suo lo sviluppo sociale: il figlio di una madre depressa può diventare molto introverso o essere soggetto a sociofobia, una paura estrema di affrontare determinate situazioni sociali o prestazionali, di interagire con gli altri o anche semplicemente di essere osservati.

La depressione post-partum di solito non ha effetti a lungo termine sullo sviluppo cognitivo del bambino. In uno studio del 2001 gli psicologi Sophie Kurstjens e Dieter Wolke dell’Università di Monaco di Baviera hanno verificato le capacità intellettuali di 1.329 bambini (92 dei quali nati da madri depresse) di varie età tra i 20 mesi e gli 8 anni senza riscontrare particolari deficit tra i figli di madri soggette a depressione post parto.

Nonostante la preoccupante situazione, molte madri non chiedono alcun tipo di aiuto perché bloccate dalla vergogna per uno stato mentale che difficilmente sono in grado di accettare. In questi casi la psicoterapia può essere di grande aiuto.  Terapia con comprovata efficacia sono per esempio quelle d’impronta cognitivo-comportamentale, nella quale lo psicoterapista prova a correggere modi di pensare distorti e negativi nella madre sia discutendo con lei apertamente o chiedendole di esercitarsi al fine di mettere in atto un comportamento via via più flessibile.

Altre tecniche di cura prevedono che venga coinvolto anche il neonato nella terapia. Per esempio con la videoregistrazione e l’analisi dell’interazione tra madre e figlio. La tecnica aiuterebbe le madri a percepire correttamente i segnali inviati dai neonati sentendosi quindi più coinvolte. Questo tipo di terapia dovrebbe quindi riattivare il repertorio di comportamenti istintivi che era stato ottenebrato dalla depressione.
Capita infatti che una madre non riesca ad interpretare il comportamento del figlio innescando così un circolo vizioso nel quale l’apparente rifiuto da parte del neonato la rende insicura e triste. In realtà è normale che un neonato si giri per guardare altrove dopo un’interazione sociale in quanto questo è uno dei primi metodi che utilizza per governare gli stimoli esterni.

Il padre può essere di grande supporto nei casi di depressione post parto. Presumendo che non sia depresso, un padre può contrastare in maniera positiva gli effetti della depressione della madre, costruendo un forte legame con il proprio figlio / figlia. Nel frattempo la madre può procedere nel percorso utile ad alleggerire le difficoltà emozionali chiedendo supporto da familiari ed amici, dormendo di più, passando più tempo col compagno o uscendo di casa più spesso al fine di sentire meno la pressione di madre su di se.

La maggior parte delle madri che ricevono un adeguato trattamento, di solito una combinazione di psicoterapia, cure farmacologiche ed auto aiuto, recuperano completamente nel giro di due / tre mesi. Spesso le madri che escono da questo periodo di depressione hanno una particolare vitalità ed un profondo istinto materno.

CONSULENZA

L’articolo e’ stato redatto avvalendosi della consulenza della Psicologa Dott.ssa Ernesta Zanotti

APPROFONDIMENTI e RISORSE ESTERNE

  • http://www.emedicinehealth.com/postpartum_depression/article_em.htm
  • http://www.4women.gov/FAQ/postpartum.htm
  • Effects of Gonadal Steroids in Women with a History of Postpartum Depression. M. Block, P.J. Schmidt. M. Danaceau, J. Murphy. L. Nieman and D. R. Rubinow in American Journal of Psychiatry. Vol. 157, N. 6 pagine 924-930; Giugno 2000.
  • Effects of Maternal Depression on Cognitive Development of Children over the First 7 Years of Life. S. Kurstjens and D. Wolke in Journal of Child Psychology and Psychiatry. Vol. 42, N. 5 pagine 623-636; Luglio 2001.
  • Interactive Regulation of Affect in Postpartum Depressed Mothers and Their Infants: An Overview. Corinna Reck et al. in Psychopatho/ogy. Vol. 37, N. 6 pagine 272-280; Novembre-Dicembre 2004.
  • Clinically Identified Maternal Depression before, during, and after Pregnancies Ending in Live Births. P. M. Dietz. S. B. Williams, W. M. Callaghan, D.J. Bachman, E. P. Whitlock and M. C. Hornbrook in American Journal of Psychiatry. Vol. 164. N. 10 pagine 1515-1520; Ottobre 2007.

Il Settimo Senso

Fin dall’infanzia ci è stato insegnato che il corpo umano possiede 5 sensi che sicuramente tutti conoscete (vista, udito, tatto, gusto, odorato). Questo elenco è rimasto immutato dal tempo di Aristotele. esiste poi il cosi definito “sesto senso” che per molte persone  può riferirsi  ad una percezione fuori dalla sfera scientifica o semplicemente ad un senso di cui gli essere umani non dispongono (al di la del detto culturale o di particolari credenze).

Tuttavia, se provate a chiedere ad un neurologo di quanti sensi dispone il corpo umano, potreste rimanere sorpresi dalla risposta. Molti specialisti identificano 9 o più sensi, altri ne classificano addirittura 21. La prima categoria di sensi è quella dei sensi speciali che includono i già noti vista, udito, gusto e odorato. La seconda categoria è composta dai sensi somatici, che di solito vengono raggruppati in massa con il senso del “tatto”, inclusi il nostro senso della pressione, calore e dolore. La terza categoria invece non è ancora ben conosciuta e comprende i sensi introspettivi, ovvero quelli che hanno a che fare con informazioni che si provengono dall’interno stesso del corpo.

E’ abbastanza ovvio cosa possa succedere ad una persona quando un senso viene a mancare; possiamo immaginare cosa può voler dire perdere la vista o l’udito, la sensibilità (il tatto) o l’olfatto (perdita che accompagna di solito un forte raffreddore).

Ma cosa succede quando il corpo perde la consapevolezza di se stesso ?

I sensi definiti “introspettivi” sono raggruppati in varie configurazioni, ma di base sono 3.

L’equilibrio è il senso dell’allineamento del corpo. Questo senso aiuta per esempio i vegetali a crescere in verticale indipendentemente dalla pendenza del terreno e consente agli animali di collocarsi nelle tre dimensioni (pensate per esempio come un gatto riesca a cadere sempre sulle zampe)

Il senso organico è quello che allerta il corpo riguardo alle sue condizioni interne, e vi permette per esempio di capire che siete affamati o assetati.

Il terzo senso introspettivo è definito come Propriocezione. Semplificando si può definirla come la capacità del cervello di conoscere la posizione delle parti del corpo. Per capire questo senso, chiudete gli occhi ed estendete la vostra mano in una direzione casuale. Ora identificatene mentalmente l’esatta posizione dopodiché aprite gli occhi. Sappiate che il cervello potrà identificare la posizione della vostra mano, anche se nessuno dei 5 sensi “classici” potesse rilevarla.

La perdita del senso della Propriocezione è conosciuta con diversi nomi: Sindrome di Sack e Deficit della Propriocezione sono titoli differenti per la stessa malattia, ovvero l’incapacità del corpo di essere consapevole di se stesso. Essendo un disturbo raro non è facile stabilire quali siano i primi sintomi anche se pare chiaro che siano legati alla perdita di coordinazione fino ad arrivare alla totale mancanza di propriocezione. A questo punto la persona prova una sensazione di totale dissociazione tra mente e corpo proprio come se questi fossero separati ed indipendenti.

Il neurologo e scrittore Oliver Sack (omonimo della Sindrome, già autore di “Risvegli”), ha descritto nel libro “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” la storia di una paziente definita “La Disincarnata“. Questa donna, nell’arco di pochi giorni, passò da uno stato di piena salute ad uno nel quale era totalmente priva della consapevolezza del proprio corpo.

Le conseguenze di questo disturbo sono gravi, basti pensare alle varie semplici attività che richiedono l’utilizzo di questo senso durante il giorno. Se per esempio mentre portate la borsa della spesa verso l’automobile e vi cadono le chiavi, le vostre gambe non si piegheranno facilmente perché non avete pieno controllo su di loro, ciò che tenete nell’altra mano cadrà improvvisamente nel momento in cui smettete di concentrarvi su tale attività, la vostra mascella si aprirà nel momento in cui non starete più pensando a tenere la bocca serrata.

Al momento non esiste una cura per questa Sindrome. Come in ogni altra persona sottoposte a deprivazione sensoriale, le persone affette da deficit della propriocezione tendono a sostituire questa percezione con un altro senso.  La paziente di Oliver Sack sostituì la propriocezione con la vista. Poiché non era più in grado di stabilire dove si trovassero le proprie parti del corpo, creò tale consapevolezza guardandosi. Se voleva afferrare una tazza di caffè doveva osservare attentamente la propria mano finché non aveva sorseggiato e posato di nuovo la tazza al sicuro. Se voleva camminare nella stanza, era necessario che guardasse attentamente i propri arti inferiori.

Ogni movimento va quindi attentamente analizzato e messo in atto, non è più possibile affidare al corpo semplici attività come il camminare o il sedersi. Inoltre i movimenti non appaiono per nulla naturali, è come se la mente comandasse una marionetta. Aprire una porta diventa un complicato processo di allungamento del braccio, contrazione delle dita, rotazione del polso, contrazione del braccio, e così via.
Inoltre le parti del corpo non direttamente oggetto di attenzione divengono totalmente prive di controllo.

Fortunatamente la Sindrome di Sack è molto rara, non contagiosa e non trasmissibile geneticamente. A differenza di molti altri disturbi, le statistiche suggeriscono che siano più colpite le persone con maggior grado di istruzione. E’ per questo che si ipotizza che tra le cause ci possano essere motivi psicologici. Ciò che è certo è che questo disturbo mette in evidenza funzioni della mente umana che sono ad oggi ancora poco conosciute.

APPROFONDIMENTI e RISORSE ESTERNE

http://www.anobii.com/books/010fc4e053b492ff52/