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Alcune Semplici Tecniche di Persuasione


La persuasione e’ una delle capacita’ piu’ importanti che una persona possa apprendere in quanto puo’ risultare utile in molte situazioni. A lavoro, a casa, nella vita sociale; l’abilita’ di persuadere ed influenzare gli altri puo’ essere un utile strumento per raggiungere i propri obiettivi.

Imparare alcune tecniche di persuasione puo’ anche darvi la possibilità di comprendere se certi metodi sono utilizzati contro di voi. Per esempio uno dei risultati più immediati è quello di capire come abili venditori ed esperti pubblicitari  tentino di vendervi prodotti di cui in realta’ non avete bisogno.

Ecco alcune tecniche utilizzate per cercare di condizionare le decisioni di una persona:

Framing (Confezionare): Se qualcuno vi dicesse “Non pensare ad un elefante” vi risulterebbe difficile obbedire; il termine “elefante” basta a fare comparire nella vostra mente tale immagine, indipendentemente dal contesto. Questo è un esempio banale ma efficace di framing. Tale tecnica è utilizzata sovente da abili politici. Per esempio, durante un dibattito politico sull’aborto, è probabile che denomineranno la loro posizione come “pro-vita” e “pro-scelta” in quanto la parola “pro” ha una connotazione migliore di “anti”. La tecnica del “framing” utilizza in maniera sottile parole cariche di significato per manipolare il punto di vista delle persone.

Per “confezionare” un’argomentazione persuasiva, selezionate parole che evochino immagini (positive, negative o neutrali a seconda dei risultati da ottenere) nella mente delle persone che vi stanno ascoltando. Un ulteriore esempio potrebbe essere il seguente: pensate alla differenza tra la frase “avere un telefono cellulare mi terra’ lontano dai guai” e “avere un telefono cellulare aumenta la mia sicurezza”. Valutate quale parola è piu’ efficace nel comunicare il vostro messaggio: se “guai” o “sicurezza”.

Mirroring (Rispecchiare): “Mirroring” è la pratica di imitare i movimenti ed il linguaggio del corpo della persona che state cercando di persuadere. Agendo come la persona che vi ascolta potrete creare un senso di empatia. Potete imitare gesti delle mani, movimenti di avvicinamento o di distacco, movimenti delle braccia e della testa. Sono tutti movimenti che vengono fatti inconsciamente, e prestando attenzione potrete notare come anche voi stessi li eseguite senza accorgervene. Per eseguire in maniera efficace tale tecnica è necessario ritardare di qualche secondo (dai 2 ai 4) l’imitazione del movimento (da eseguire in maniera speculare). Il “Mirroring” è anche conosciuto come “effetto camaleonte”.

Quantita’ limitata. Questa tecnica è utilizzata di frequente dai pubblicitari per rendere l’opportunita’ di acquisto piu’ appetibile in virtu’ del fatto che la disponibilita’ del prodotto terminera’ presto. La supposizione è che se un prodotto è scarso, è probabile che sia molto richiesto (acquistane uno subito perche’ sta per esaurirsi). Sappiate che questo è un metodo di persuasione al quale veniamo sottoposti di frequente e tenetene conto quando decidete di acquistare qualcosa.

Scambio. Quando qualcuno fa qualcosa per noi, di solito ci sentiamo in obbligo di restituire il favore. In generale si può affermare che il non poter ricambiare ad un favore o ad un regalo ricevuto, anche se non è stato richiesto, puo’ da vita ad una sensazione di disagio che alleviamo sdebitandoci.

I regali, piu’ di ogni altra cosa, generano in noi un bisogno  di voler restituire il favore. Vengono per esempio utilizzati nei supermercati (sottoforma di campioni gratuiti ed assaggi) per aumentare le vendite.

Tempismo. Le persone sono piu’ consenzienti e soggiogabili quando sono mentalmente affaticate. Prima di chiedere ad una persona qualcosa per la quale una riposta positiva non è certa, prendete in considerazione l’opportunita’ di attendere finche’ non si trovino in una situazione di stanchezza psicofisica. Per esempio rimandate la richiesta alla fine della giornata lavorativa, quando incontrate il collega all’uscita. Qualsiasi cosa gli chiediate è probabile che risponda “va bene, me ne occuperò domani”.

Coerenza. Una tecnica spesso utilizzata dai venditori è quella di stringervi ed agitarvi la mano con foga prima ancora che l’affare sia concluso. Nella testa di molte persone una stretta di mano di quel tipo equivale alla conclusione positiva di un accordo. Con questa tecnica il venditore aumenta le possibilità di concludere la vendita.

Un modo di mettere in pratica questa tecnica nella vita di tutti i giorni e’ quella di agire prima di comunicare l’intenzione. Per esempio, se siete fuori casa e desiderate andare a vedere un film ma è probabile che l’altra persona non sia d’accordo, potreste incamminarvi nella direzione del cinema mentre iniziate a discutere sul da farsi. Le probabilita’ che la proposta venga accettata aumenteranno se state gia’ percorrendo la strada verso la meta che state per proporre.

Loquacita’. Quando parliamo, spesso facciamo delle piccole pause ed esitiamo con varie interiezioni. Questi elementi “accessori” del discorso hanno lo spiacevole effetto di farci apparire meno sicuri di noi stessi riducendo la nostra capacita’ di persuasione. Parlando in maniera piu’ fluida chi vi ascolta sara’ persuaso con piu’ facilita’ da cio’ che state dicendo.

Comportamento del gregge. Ci guardiamo continuamente attorno per determinare il da farsi; abbiamo un bisogno (consapevole o meno) di essere accettati. Imitiamo e siamo persuasi molto piu’ facilmente da qualcuno che apprezziamo o che stimiamo. Un modo efficace di utilizzare questo comportamento a nostro vantaggio è quello di cercare di essere considerati come un leader anche quando non ne abbiamo le caratteristiche. Siate affascinanti e sicuri di voi stessi e le persone daranno grande peso nelle vostre opinioni.

Se state avendo a che fare con qualcuno che difficilmente vi vede come una persona autorevole (come un vostro superiore in ambito lavorativo) potete ugualmente sfruttare il “comportamento del gregge”. Potreste per esempio cercare l’occasione per citare un leader o un personaggio importante che questa persona ammira. Cosi’ facendo susciterete pensieri positivi che verranno associati alla vostra presenza.

Offrite una bevanda. Offrite alla persona che state persuadendo una bevanda calda (te, caffe’, cioccolata) mentre le state parlando. La sensazione di calore che si trasmettera’ alle loro mani ed al loro corpo puo’ inconsciamente farvi apparire come una persona calda, piacevole ed accogliente.

Offrire una bevanda fredda può generare l’effetto opposto. In generale le persone tendono a provare sensazioni di freddo e vanno alla ricerca di cibo e bevande calde quando si trovano in una situazione di disagio.

Contatto. Sia che stiate concludendo un accordo o che stiate proponendo un appuntamento romantico, il contatto (in maniera delicata ed appropriata) puo’ aumentare le possibilita’ di successo. In ambito professionale e lavorativo è consigliabile evitare il contatto fisico prediligendo piuttosto un “tocco” verbale (rassicurando la controparte per esempio) per evitare spiacevoli malintesi. In una situazione romantica, ogni forma di contatto proveniente da una donna puo’ in genere essere interpretata positivamente; gli uomini devono invece cercare di prestare attenzione a come agiscono per non suscitare sensazioni di disagio nella donna che vogliono conquistare.

APPROFONDIMENTI e RISORSE ESTERNE

http://it.wikipedia.org/wiki/Framing_(scienze_sociali)
http://instruct1.cit.cornell.edu/courses/phi663/Bargh – Chameleon%20Affect.pdf
http://www.rotman.utoronto.ca/geoffrey.leonardelli/inpressPS.pdf (PDF)

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Terminare Una Relazione Sentimentale


Per quanto dolorosa possa essere la fine di una relazione, l’esperienza può essere fonte di profondi insegnamenti ed un momento di crescita personale.

E’ abitudine considerare la fine di una storia sentimentale al pari di un insuccesso, al punto da formulare frasi quali “In questa relazione ho fallito”. Ragionando in questa maniera costruiamo un’idea distorta e negativa delle relazioni di coppia. La fine di un rapporto non è da considerare una rovinosa disfatta, ma piuttosto la chiusura di una parentesi nella storia della nostra esistenza. Dovremmo intendere ogni relazione come un’occasione per vivere dei momenti di gioia e per maturare imparando dalle sfide emotive.

ALCUNE CONSIDERAZIONI SUI PROBLEMI DI COPPIA

E’ importante capire chiaramente i nostri bisogni ed individuare le caratteristiche del partner. Essere onesti con se stessi è indispensabile al fine di non scendere a compromessi rinunciando alle qualità che si ritengono indispensabili ma che non sono presenti in lui/lei. Ciò che di solito avviene quando scopriamo l’assenza di una caratteristica da noi considerata molto importante è pensare che il partner possa cambiare. La verità è invece che è molto difficile cambiare un’altra persona e che ciò che ci appare come una piccola mancanza col tempo potrebbe diventare un grosso problema.

Può succedere che in presenza del partner i propri desideri cambino o vengano messi in secondo piano. Ci si fa trascinare dal carattere forte dell’altro al punto da esserne influenzati. In una relazione, se uno dei due impone i propri desideri, può manipolare il compagno al punto da fargli pensare “Ha ragione, questa è la cosa giusta anche per me”.

A volte ciò che ci impedisce di terminare una relazione è la paura. Il timore di restare soli per esempio oppure la preoccupazione di ferire il partner o addirittura la paura di affrontare la spiacevole situazione della rottura. Tuttavia un senso di colpa sopraggiunge quando ci rendiamo conto di non essere onesti con noi stessi e nei confronti del partner.

COME TERMINARE UNA RELAZIONE SENTIMENTALE

Nel momento in cui avete deciso con certezza che la rottura è la soluzione migliore, mettere in atto questa intenzione può essere una dura prova da superare. Ecco alcuni passi che potreste considerare al fine di ridurre la sofferenza nell’altra persona:

Chiarezza – siate certi di aver capito il motivo che vi spinge alla rottura. A volte le ragioni più evidenti non sono le vere ragioni. Cercate nel profondo per scovare la verità. Per aiutarvi può essere necessario isolarsi per un pò di tempo.

Onestà – impegnatevi ad essere onesti con voi stessi e nei confronti dell’altra persona. La verità vi renderà liberi.

Trovate il momento – trovate quanto prima il tempo di parlare con il partner. Non sempre è possibile farlo di persona, anche se è preferibile. Tuttavia se manca la possibilità di vedersi, piuttosto di rimandare ulteriormente, parlatene al telefono.

Compassione – non è necessario essere rudi per comunicare le vostre intenzioni. Prima dell’incontro cercate di entrare in uno stato di compassione al fine di trasmettere serenità e comprensione. Per farlo potete aiutarvi seguendo questi tre suggerimenti:

  • Respirate profondamente  -  stando in posizione eretta appoggiate entrambe le mani sul cuore. Respirate profondamente e lentamente, dopo aver inspirato trattenete il respiro contando fino a cinque, dopodiché espirate lentamente. Ripetete quindici volte.
  • Gratitudine  -  sedetevi in maniera confortevole, chiudete gli occhi e visualizzate tutto quello che vi conduce in uno stato di gratitudine. Uno ad uno, persone, luoghi, eventi e cose appaiono nella vostra immaginazione. Se avete difficoltà con gli esercizi di visualizzazione è sufficiente scrivere ciò che vi viene in mente.
  • Concentratevi sull’amore  -  chiudete gli occhi. In alternativa potete ascoltare in sottofondo della musica che gradite molto. Con l’immaginazione tornate al tempo in cui vi sentivate tanto amati e provavate amore per altre persone. Visualizzate i momenti in cui vi siete sentiti veramente felici e liberi; immaginatevi ragazzini mentre vi godete la gioia e la libertà. Eseguite l’esercizio per almeno 5 – 10 minuti.

L’incontro – durante l’incontro concentratevi sul comunicare le ragioni della rottura con chiarezza e con rispetto. Per essere ancora più convincenti potete utilizzare questi suggerimenti:

  • mentre parlate concentratevi su come i fatti e le situazioni passate vi hanno fanno sentire, al fine di evitare che il partner tenti di portare la discussione sulla difensiva. Chiarite che la situazione che si è venuta a creare non è colpa loro, quantomeno evitate di farlo in virtù del fatto che additare responsabilità non porta nessun valore aggiunto alla discussione.
  • parlate anche di ciò che avete imparato dalla relazione e delle cose delle quali provate gratitudine.
  • siate onesti e sinceri in tutto quello che dite. Le persone che hanno passato del tempo con voi capiscono con più facilità quando non lo siete.

Non siate sbrigativi - il vostro partner diventerà emozionalmente instabile e c’è anche la possibilità che si agiti notevolmente. Passerà velocemente da uno stato emotivo ad un altro. Se necessario il vostro compito è di restare per cercare di normalizzare la situazione. Diventate l’osservatore della situazione restando calmi ma sempre allerta.

Non prendete tutto sul serio – quando le emozioni e le sensazioni fanno male, si può facilmente diventare irrazionali e dire cose che non si pensano del tutto o che non si pensano affatto. Non siate sorpresi se il vostro partner inizia a comportarsi in maniera infantile e dice cose insensate. E’ semplicemente scosso e cerca la vostra attenzione.

Volersi bene – è possibile volersi bene anche dopo la fine di una relazione sentimentale ed indipendentemente da essa.

Esprimete a pieno le emozioni – se sentite la necessità di piangere fatelo senza freni. Ciò permetterà al vostro caos emozionale di essere riversato all’esterno.

Rivedetevi – possono servire molti giorni perchè una novità importante possa essere metabolizzata completamente. Non aspettatevi di fare un incontro veloce e considerare conclusa la faccenda. E’ importante essere presenti nei momenti difficili che questa persona può affrontare successivamente alla separazione.

Alleviare il senso di colpa – essendo la persona che avete rotto la relazione potreste provare un senso di colpa per l’eventuale sofferenza causata al partner. Questo stato d’animo può compromettere il vostro equilibrio, cercate quindi di superarlo tramite la meditazione o con semplici esercizi di respirazione.

SE E’ IL VOSTRO PARTNER A LASCIARVI

Subire la rottura di una relazione può essere molto doloroso. Per alcune persone può apparire come la fine del mondo in quanto causa di momenti che sembrano impossibili da superare. In realtà il tempo è una cura infallibile. Nell’attesa del giorno che vi farà sentire indifferenti all’accaduto, leggere i consigli che seguono può aiutarvi a gestire la spiacevolissima situazione :

Parlate con gli amici – esternando pensieri e opinioni vi aiuterà a cambiare punto di vista ed a metabolizzare l’accaduto

Circondatevi di positività – state in mezzo ad amici e familiari. Circondatevi di persone felici ed ottimiste.

Amate voi stessi – passate tempo prendendovi cura di voi. Apprezzare e amare voi stessi accrescerà la vostra autostima e l’indipendenza necessaria a superare il brutto momento.

Piangere fa bene – esprimere il dolore permette di liberarsene. Non cercate di trattene eventuali crisi di pianto. Quando il dolore si fa sentire in nostro istinto è di evitarlo cercando di distrarsi. Il miglior modo di superare il dolore è invece di affrontarlo in pieno. Chiudendo gli occhi, sperimentate quella sensazione di dolore tagliente dentro di voi, immaginando di diventare un osservatore esterno. Imparate a separare la persona che osserva dalla persona che soffre, il passare del tempo penserà al resto.

Cosa avete imparato – cosa avete appreso da questa relazione ? concentratevi su quello che la storia appena terminata vi ha dato al fine di una vostra crescita interiore

Visualizzate la gratitudine - mettete le vostre mani sul cuore e chiudete gli occhi. Visualizzate tutte le cose, esperienze, persone per le quali siete riconoscenti. Se state visualizzando una persona immaginate che vi stia sorridendo con gioia e gentilezza. Sentitevi riconoscenti per le cose che date per scontate, per il vostro corpo, per le cose che amate del vostro lavoro, per le persone che vi vogliono bene. Ringraziate il vostro cuore, che lavora continuamente permettendovi di godere della vita. Sentitevi riconoscenti per avere un luogo sicuro dove dormire, per la disponibilità di acqua e di cibo, per i vostri vestiti. Ringraziate le persone che vi hanno ispirato e quelle che sono state gentili con voi.

Quali opportunità ? - concentratevi su come questa nuova situazione possa volgere a vostro favore. Forse ora avrete il tempo libero necessario per raggiungere obiettivi per voi importanti. Forse avete la possibilità di guadagnare l’indipendenza e la libertà che volevate.

Il tempo aiuta – dopo lo schock iniziale e dopo che vi siete chiariti definitivamente con il vostro ex, prendetevi del tempo per non pensarci più. E’ difficile avere chiarezza, nuove prospettive ed indipendenza se il nostro pensiero è costantemente disturbato dai ricordi. E’ raccomandabile prendersi qualche giorno se non settimana per distrarsi completamente : nessun incontro, nessun messaggio né telefonate. Il tempo vi guarirà completamente.

Carte e penna – sedetevi in silenzio e cercate di osservare i vostri pensieri e le vostre emozioni. Ogni volta che vi passa per la testa una nuova sensazione o considerazione scrivetela. Ciò vi permetterà di mettere in ordine le vostre idee e di conquistare, col tempo, chiarezza e pace interiore.

CONSULENZA

L’articolo e’ stato redatto avvalendosi della consulenza della Psicologa Dott.ssa Ernesta Zanotti

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A spasso con Mr. Einstein


Il Dr. Albert Einstein morì il 18 aprile 1955 all’ospedale di Trenton in New Jersey. Come da sua volontà fu cremato senza cerimonia il giorno stesso e le ceneri sparse in un luogo imprecisato. Tuttavia il corpo arrivò all’appuntamento con la cremazione incompleto in quanto il cervello era stato rimosso.

Ora si trova in un contenitore di plastica, immerso nella formaldeide, nel laboratorio del Dr. Thomas Harvey, il medico incaricato di eseguire l’autopsia sul corpo di Einstein. Durante questa operazione rimosse il cervello e lo conservò.

Il Dr. Harvey divenne molto protettivo nei confronti del prezioso cimelio, e lo suddivise in 240 porzioni, che dispose in vari contenitori presso la sua abitazione. Nonostante fosse in possesso del cervello di Einstein, per molti anni non divulgò alcuna informazione a riguardo, dichiarando di non essere in grado di trovarvi nulla di inusuale.

Con il passare del tempo cedette molti campioni del cervello di Einstein a vari ricercatori. Uno di questi, il Dr. Marian Diamond dell’Università di Berkeley, ne scoprì delle caratteristiche interessanti.

La fitta rete di neuroni del un cervello è sostenuta e nutrita da cellule chiamate cellule gliali. Il Dr. Diamond mise a confronto la percentuale di cellule gliali del cervello di Einstein con quelle di altri uomini che morirono alla stessa età e trovò che in Einstein ve ne erano circa il 73% in più rispetto alla media. Ciò poteva significare probabilmente che i suoi neuroni avevano un metabolismo più intenso; necessitavano e consumavano quindi più energia.

Per anni il Dr. Harvey portò con se il resto del cervello ogni volta che si spostava, finché nel 1996 cedette tutte le parti rimanenti al Dr. Elliot Krauss, che lo sottopose ad accurati esami. L’accesso per fini scientifici fu esteso anche altri studiosi e presto le ricerche evidenziarono che il cervello di Einstein era caratterizzato da ben altre particolarità.

Si scoprì che il suo cervello era del 15% più grande della norma, per via del fatto che la corteccia parietale inferiore per entrambe gli emisferi era molto più sviluppata del normale. Questa caratteristica avrebbe dato ad Einstein delle capacità di immaginazione visiva particolarmente spiccate, in quanto le regioni del cervello sovradimensionate sono principalmente responsabili della cognizione visivo-spaziale, pensiero matematico e figurazione del movimento.
Scoprirono inoltre che il cervello di Einstein in quella regione era meno attorcigliato su se stesso rispetto al solito, dando la possibilità ai neuroni di comunicare più velocemente data la loro vicinanza.

Durante la sua vita Einstein era solito minimizzare le sue capacità intellettive con frasi quali “Il contrasto tra quello che l’opinione pubblica pensa delle mie capacità e dei miei successi e la realtà è semplicemente grottesco”. In un’altra occasione disse “Non ho particolari talenti, sono solo appassionatamente curioso”. Tuttavia i risultati ottenuti e gli esiti degli studi sul suo cervello hanno indicato che possedeva realmente delle capacità mentali eccezionali.

Attualmente il quello che resta del suo cervello passa la maggior parte del tempo immerso in un contenitore presso l’ospedale di Trenton in New Jersey e senza dubbio sarà in grado di svelare altre importanti informazioni riguardo la struttura di una mente geniale.

“La cosa più bella che possiamo provare è il misterioso. E’ fonte di tutte le vere arti e scienze.”
Albert Einstein (1879-1955)

APPROFONDIMENTI e RISORSE ESTERNE

http://www.lafeltrinelli.it/products/9788845251993|2/A_spasso_con_Mr._Albert/Michael_Paterniti.html?aut=344327&cat1=1&page=1

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Sognare Sapendo di Stare Sognando


Il Sogno Lucido è un fenomeno che pur non universalmente accettato ha delle prove scientifiche evidenti e numerosissime testimonianze che ne confermano l’esistenza. Con un assiduo allenamento chiunque può imparare a controllare il proprio subconscio al fine di vivere situazioni surreali. In un sogno controllato, si puo’ perseguire con la propria volonta’ la cessazione degli incubi, studiare e risolvere un problema, praticare le proprie fantasie sessuali, etc.

Esistono varie testimonianze a sostegno del fenomeno, alcune provenienti addirittura dal V° secolo dopo cristo.

Nell’anno 415 Sant’Agostino, prete Cristiano e filosofo, scrisse del sogno di un uomo che era assorto in preoccupazioni riguardo la vita dell’aldilà, e su come questa potesse essere. L’uomo, Gennadius, sognò di ricevere una visita da parte di un giovane “dall’ autorevole presenza”. Gennadius segui la persona, e fu condotto in un luogo pervaso da cori di un canto “estremamente soave”. Quando si svegliò considerò l’esperienza frutto di un indigestione. Tuttavia la notte seguente Gennadius sognò ancora e fu nuovamente visitato dalla figura (apparentemente) maschile della giovane guida che gli chiese se si ricordasse di lui. “Certamente!” rispose Gennadius. La giovane guida quindi gli chiese se il loro incontro fosse occorso durante il sonno o nella realtà e Gennadius rispose “in sonno”. La sua guida gli disse “Sappi che anche ora stai dormendo, te ne rendi conto ?” e Gennadius rispose “Si, il mio corpo è nel letto”.
Gennadius fu quindi consapevole di trovarsi in un sogno, tuttavia non sembrava essere in grado di controllarne l’andamento. Ma anche senza far valere la propria volontà sul sogno Gennadius trovò le risposte ai problemi che lo assillavano, restando soddisfatto di quanto riuscì a scoprire.

L’VIII secolo dopo Cristo fu interessato dall’affermazione di un ordine monastico ideatore de “Il Libro Tibetano dei Morti“.  Pare che questo gruppo di persone conoscesse molto più di quanto si conosca oggi riguardo l’attività onirica della mente; tuttavia se ciò fosse vero il loro libro non contiene di questa conoscenza. Questo testo descrive per esempio come al momento della morte si vivano allucinazioni simili ai sogni; durante queste visioni il fatto di essere a conoscenza che ciò che si sta vedendo non è reale ma è simile ad un sogno garantirebbe al defunto una facilitazione per raggiungere l’illuminazione e quindi, si spera, la rinascita. Per raggiungere quest’obbiettivo i monaci svilupparono una forma di Yoga utile a comprendere il fenomeno dei sogni in punto di morte.

Nel 1867 un famoso scienziato di nome Marquis d’Hervey de Saint-Denys pubblicò il libro sui “Sogni e Come Guidarli“, spiegando come chiunque potesse imparare a modificare l’andamento dei propri sogni.

Una più recente e conosciuta trattazione del tema proviene da Jane Roberts la quale creò una raccolta di testi chiamata “Seth Material”. L’autrice sostiene di essere riuscita a mettersi in contatto con uno spirito di nome Seth, il quale passò il breve tempo concessogli per discutere con lei di argomenti quali sogni e morte. Purtroppo il successo del libro ha contribuito ad attribuire una connotazione “New Age” al fenomeno del sogno lucido.

Il lavoro di Stephen LaBerge ha invece fornito una chiave di lettura più scientifica al fenomeno. Era il 1980 quando LaBerge ottenne la laurea in psicologia, tuttavia il suo interesse per i sogni e gli stati alterati della coscienza nacque già quando era ragazzino. LaBerge ebbe delle esperienze di sogni lucidi, ed ovviamente trovò l’esperienza molto interessante. Per dimostrare il fenomeno si sottopose più volte ad esperimenti in stato di sonno sotto il controllo di altri ricercatori. I risultati più importanti includono:

  • comparazione del senso soggettivo del tempo durante i sogni rispetto alla veglia studiando il movimento degli occhi (si sottopose a tal fine ad esperimenti in cui riusciva volontariamente a sognare una partita a ping-pong);
  • comparazione dell’attività celebrale durante l’attività del canto sia durante la veglia che durante il sogno;
  • comparazione dell’eccitazione sessuale (e l’orgasmo) sia durante la veglia che durante il sogno

Chiunque avrà fatto un sogno piacevole al punto da volerlo rivivere. Le persone che sanno di stare sognando possono evitare di fare incubi, mentre coloro in grado di controllare i propri sogni possono fare molto di più. Partecipanti in esperimenti scientifici per lo studio dei sogni lucidi dichiarano di provare un intenso senso di soddisfazione al risveglio ed un accresciuto buon umore.

Esistono svariate tecniche per riuscire a controllare i propri sogni, ma principalmente sono 2 le tecniche base. Entrambe prevedono come primo passo di essere in grado di ricordarsi i sogni al risveglio ed altri obiettivi in cui i giovani paiono riuscire più agevolmente.
La prima tecnica è paragonabile ad un “inserimento controllato” nel sogno ed è chiamato metodo WILD (wake-initiated lucid dream). Con questa tecnica si cerca di entrare nel sogno partendo da uno stato di meditazione, conservando un minimo di lucidità per controllare il sogno. Molte delle persone che sono riuscite a mettere in pratica la tecnica hanno segnalato che il metodo è parecchio difficile ed a volte genera effetti molto spiacevoli; non è raro avere la sensazione di fluttuare sopra il proprio corpo o di sprofondare nella materia per parecchi istanti. Altre volte è possibile percepire forti vertigini o addirittura provare una sensazione classificabile come esperienza di pre-morte.

Un altro metodo, più diffuso ed accettato è quello di immergersi completamente nel sogno, quindi cercare un collegamento con la vita reale per ottenere uno stato di lucidità e di controllo sugli eventi all’interno del sogno. Cio’ puo’ avvenire con l’utilizzo del “reality check” denominato anche metodo MILD (mnemonic induction of lucid dreams).
I sogni si differenziano dalla realtà in molti modi, e molti di questi sono prevedibili. Ci si dovrebbe perciò abituare a mettere in atto comportamenti che possano evidenziare queste differenze. Per esempio se una persona si abituasse a guardare l’orologio 2 volte in rapida successione, da sveglio noterebbe lo stesso orario, mentre in un sogno di solito i numeri sarebbero casuali o comunque differenti. Altre persone si tappano il naso e provano a respirare. Nella realta’ è impossibile ma non durante il sogno. La scelta del metodo è ovviamente soggettiva e serve a comprendere se ci si trovi in uno stato di veglia o meno. Il fatto di rendere il gesto un abitudine aiuta a compiere piu’ agevolmente l’operazione anche durante la fase REM del sonno. Capire di stare sognando dovrebbe bastare per poter diventare regista del proprio sogno.

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Depressione Post Partum


La psicologa sorride a Giovanna, una neo-mamma di 36 anni. “Per favore intrattenga il bimbo per un paio di minuti”, la terapista quindi lascia la stanza. Due videocamere filmano Giovanna e la sua figlia di 3 mesi. Nella stanza adiacente un monitor mostra la madre di fronte alla figlia, seduta in un seggiolone. Inizialmente Giovanna appare persa e non sa cosa fare. Dopodiché il suo viso si irrigidisce vistosamente, inizia quindi a sussurrare alla bimba. La piccola instaura un veloce contatto visivo con la madre, diventa irrequieta dopodiché distoglie lo sguardo da lei. Giovanna quindi smette di parlarle e si sente nuovamente insicura su come agire. In maniera assente tocca il piede della figlia con una mano. Passati i 2 minuti la psicologa bussa alla porta, trovando Giovanna sull’orlo di una crisi di pianto.

Risulta chiaro come Giovanna soffra di depressione post-partum, un disturbo che ha danneggiato il suo rapporto con la figlia. Benché la maggior parte delle donne sia soggetta a periodi di pianti, irritabilità, difficoltà di concentrazione e spossatezza, queste crisi passano nell’arco di poche ore o giorni. Ma per una percentuale tra il 10 e il 20 percento delle neo-mamme, nel primo anno di maternità, compaiono problematiche come quelle di Giovanna che, se non trattate adeguatamente, possono perdurare mesi o anni.

Giovanna si sente spesso esausta e svuotata emozionalmente. Quando la figlia piange, a volte vorrebbe sparire o addirittura fuggire. Si sente pervasa dai sensi di colpa per il fatto di non riuscire a mostrare amore alla figlia. Le madri con i sintomi della depressione post-partum sono spesso travolte dalla sensazione che potrebbero perfino fare male alle proprie creature. Nonostante ciò avvenga raramente, le madri depresse possono comunque trovare particolarmente difficile e gravoso occuparsi dei propri figli.

Questa problematica affligge donne di tutto il mondo. Una ricerca su 143 studi effettuati in 40 Paesi mette in evidenza come la depressione post parto è particolarmente comune in Brasile, Guyana, Costa Rica, Italia, Cile, Sud Africa, Taiwan e Corea, con picchi di diffusione del 60% tra le neo mamme.

IL CAOS ORMONALE E LA PREDISPOSIZIONE

Le cause di questo disturbo non sono completamente note, ma l’intensa tempesta ormonale che avviene dopo il parto può, nei soggetti predisposti, contribuire in particolar modo.Le donne sono particolarmente vulnerabili alla depressione durante gli anni fertili: percentuali di diffusione del disturbo sono più alte in donne tra i 25 e 45 anni. Nel numero di ottobre di “American Journal of Psychiatry” uno studio riporta che il 10,4% di circa 4.400 madri è stata depressa nei 9 mesi successivi al parto, la percentuale di donne depresse alle prime settimane della gravidanza è stata del 8,7% e del 6,9% durante la gestazione. Più della metà delle donne con depressione post-partum risulta inoltre essere stata depressa prima della gravidanza, questo fà pensare che possa essere uno dei fattori di rischio maggiori.
Il fattore scatenante nei soggetti predisposti è tuttavia il caos ormonale che avviene durante la gravidanza. Basti pensare che nelle 48 ore successive al parto il livello di estrogeni e di progesterone hanno una brusca diminuzione ad 1/50esimo della quantità presente nel sangue durante la gravidanza. Questa forte oscillazione può contribuire all’avvio dello stato di depressione, così come il più modesto sbalzo ormonale che precede il periodo mestruale basta a causare un cambiamento d’umore nella donna.

Ovviamente il flusso di ormoni non basta a spiegare il fenomeno. Dopotutto queste oscillazioni nella chimica corporea avvengono in tutte le madri, e solo una piccola percentuale di queste accusa questo grave disturbo; con ogni probabilità sono quelle già predisposte al disturbo.
Nel 2000 l’endocrinologo David Rubinow, allora in servizio presso un istituto di salute mentale, presentò una ricerca che mostrava come la simulazione delle variazioni ormonali che avviene durante la gravidanza e dopo il parto in 16 donne fece calare drasticamente i sintomi depressivi in 5 delle 8 donne che avevano avuto in passato esperienze di depressione, mentre questo risultato non si è ottenuto nei soggetti che non avevano mai avuto periodi di depressione.

Anche le energie che una maternità richiede giocano un ruolo importante. Molte donne si sentono esauste a causa dell’interruzione del sonno causata dal pianto del neonato e sentono come particolarmente gravoso il compito di accudirlo. Altre rimpiangono spesso il cambiamento dello stile di vita o la forma fisica che avevano prima del parto. Le donne che devono sopportare questi stress in aggiunta a problemi di coppia, parti difficili, perdita del lavoro o scarso supporto da parte dei familiari sono i primi soggetti a soccombere alla depressione post-partum.

LEGAMI INDEBOLITI

Le conseguenze della depressione si abbattono non soltanto sulla madre. Avvolta da una cortina di tristezza la madre spesso manca di energia emotiva per relazionarsi correttamente col proprio bambino. Un dolore a volte insopportabile le impedisce di percepire un sorriso, un pianto ed altri gesti che il neonato esegue per tentare di comunicare con la madre. Senza una sua risposta da parte sua il bambino cessa di relazionarsi con lei. Per questo i neonati di 3 mesi con madri depresse cercano meno spesso un contatto visivo con la madre e mostrano meno segni di emozioni positive di quanto facciano i figli di mamme senza questo problema.
Infatti i neonati di madri depresse hanno un comportamento analogo alla “impotenza appresa” , un fenomeno che il psicologo Seligman e i suoi colleghi presso l’università della Pennsylvania hanno trattato negli anni 1960. Nell’esperimento di Seligman un animale arriva alla conclusione che una situazione definita come disperata in seguito a svariati falliti tentativi resta tale anche quando la situazione cambia favorevolmente ed un ulteriore tentativo (che però non viene effettuato) sarebbe quindi positivo. Una simile passività caratterizza la depressione in quanto i neonati tendono a imitare il comportamento depressivo della madre. Tale reciproca rinuncia può avviare un processo che porta all’erosione dei legami affettivi tra madre e figlio, specialmente se la depressione compare nei primissimi mesi di vita del bambino. Altri studi hanno mostrato che i neonati sviluppano le capacità sociali di base tra il secondo ed il sesto mese di vita, instaurando relazioni con la madre e spesso anche con altre persone. In una ricerca del 2006 su 101 neomamme, la psichiatra Eva Moehler e i suoi colleghi scoprono che la depressione materna diminuisce fortemente i legami tra madre e figlio se questa compare tra le 2 settimane e i 4 mesi di vita del neonato, mentre non sortisce alcun effetto se il bambino ha superato i 14 mesi di età. Perciò la depressione occorsa durante i primi mesi di vita del bimbo possono essere particolarmente pericolosi per il suo lo sviluppo sociale: il figlio di una madre depressa può diventare molto introverso o essere soggetto a sociofobia, una paura estrema di affrontare determinate situazioni sociali o prestazionali, di interagire con gli altri o anche semplicemente di essere osservati.

La depressione post-partum di solito non ha effetti a lungo termine sullo sviluppo cognitivo del bambino. In uno studio del 2001 gli psicologi Sophie Kurstjens e Dieter Wolke dell’Università di Monaco di Baviera hanno verificato le capacità intellettuali di 1.329 bambini (92 dei quali nati da madri depresse) di varie età tra i 20 mesi e gli 8 anni senza riscontrare particolari deficit tra i figli di madri soggette a depressione post parto.

Nonostante la preoccupante situazione, molte madri non chiedono alcun tipo di aiuto perché bloccate dalla vergogna per uno stato mentale che difficilmente sono in grado di accettare. In questi casi la psicoterapia può essere di grande aiuto.  Terapia con comprovata efficacia sono per esempio quelle d’impronta cognitivo-comportamentale, nella quale lo psicoterapista prova a correggere modi di pensare distorti e negativi nella madre sia discutendo con lei apertamente o chiedendole di esercitarsi al fine di mettere in atto un comportamento via via più flessibile.

Altre tecniche di cura prevedono che venga coinvolto anche il neonato nella terapia. Per esempio con la videoregistrazione e l’analisi dell’interazione tra madre e figlio. La tecnica aiuterebbe le madri a percepire correttamente i segnali inviati dai neonati sentendosi quindi più coinvolte. Questo tipo di terapia dovrebbe quindi riattivare il repertorio di comportamenti istintivi che era stato ottenebrato dalla depressione.
Capita infatti che una madre non riesca ad interpretare il comportamento del figlio innescando così un circolo vizioso nel quale l’apparente rifiuto da parte del neonato la rende insicura e triste. In realtà è normale che un neonato si giri per guardare altrove dopo un’interazione sociale in quanto questo è uno dei primi metodi che utilizza per governare gli stimoli esterni.

Il padre può essere di grande supporto nei casi di depressione post parto. Presumendo che non sia depresso, un padre può contrastare in maniera positiva gli effetti della depressione della madre, costruendo un forte legame con il proprio figlio / figlia. Nel frattempo la madre può procedere nel percorso utile ad alleggerire le difficoltà emozionali chiedendo supporto da familiari ed amici, dormendo di più, passando più tempo col compagno o uscendo di casa più spesso al fine di sentire meno la pressione di madre su di se.

La maggior parte delle madri che ricevono un adeguato trattamento, di solito una combinazione di psicoterapia, cure farmacologiche ed auto aiuto, recuperano completamente nel giro di due / tre mesi. Spesso le madri che escono da questo periodo di depressione hanno una particolare vitalità ed un profondo istinto materno.

CONSULENZA

L’articolo e’ stato redatto avvalendosi della consulenza della Psicologa Dott.ssa Ernesta Zanotti

APPROFONDIMENTI e RISORSE ESTERNE

  • http://www.emedicinehealth.com/postpartum_depression/article_em.htm
  • http://www.4women.gov/FAQ/postpartum.htm
  • Effects of Gonadal Steroids in Women with a History of Postpartum Depression. M. Block, P.J. Schmidt. M. Danaceau, J. Murphy. L. Nieman and D. R. Rubinow in American Journal of Psychiatry. Vol. 157, N. 6 pagine 924-930; Giugno 2000.
  • Effects of Maternal Depression on Cognitive Development of Children over the First 7 Years of Life. S. Kurstjens and D. Wolke in Journal of Child Psychology and Psychiatry. Vol. 42, N. 5 pagine 623-636; Luglio 2001.
  • Interactive Regulation of Affect in Postpartum Depressed Mothers and Their Infants: An Overview. Corinna Reck et al. in Psychopatho/ogy. Vol. 37, N. 6 pagine 272-280; Novembre-Dicembre 2004.
  • Clinically Identified Maternal Depression before, during, and after Pregnancies Ending in Live Births. P. M. Dietz. S. B. Williams, W. M. Callaghan, D.J. Bachman, E. P. Whitlock and M. C. Hornbrook in American Journal of Psychiatry. Vol. 164. N. 10 pagine 1515-1520; Ottobre 2007.

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Il Settimo Senso


Fin dall’infanzia ci è stato insegnato che il corpo umano possiede 5 sensi che sicuramente tutti conoscete (vista, udito, tatto, gusto, odorato). Questo elenco è rimasto immutato dal tempo di Aristotele. esiste poi il cosi definito “sesto senso” che per molte persone  può riferirsi  ad una percezione fuori dalla sfera scientifica o semplicemente ad un senso di cui gli essere umani non dispongono (al di la del detto culturale o di particolari credenze).

Tuttavia, se provate a chiedere ad un neurologo di quanti sensi dispone il corpo umano, potreste rimanere sorpresi dalla risposta. Molti specialisti identificano 9 o più sensi, altri ne classificano addirittura 21. La prima categoria di sensi è quella dei sensi speciali che includono i già noti vista, udito, gusto e odorato. La seconda categoria è composta dai sensi somatici, che di solito vengono raggruppati in massa con il senso del “tatto”, inclusi il nostro senso della pressione, calore e dolore. La terza categoria invece non è ancora ben conosciuta e comprende i sensi introspettivi, ovvero quelli che hanno a che fare con informazioni che si provengono dall’interno stesso del corpo.

E’ abbastanza ovvio cosa possa succedere ad una persona quando un senso viene a mancare; possiamo immaginare cosa può voler dire perdere la vista o l’udito, la sensibilità (il tatto) o l’olfatto (perdita che accompagna di solito un forte raffreddore).

Ma cosa succede quando il corpo perde la consapevolezza di se stesso ?

I sensi definiti “introspettivi” sono raggruppati in varie configurazioni, ma di base sono 3.

L’equilibrio è il senso dell’allineamento del corpo. Questo senso aiuta per esempio i vegetali a crescere in verticale indipendentemente dalla pendenza del terreno e consente agli animali di collocarsi nelle tre dimensioni (pensate per esempio come un gatto riesca a cadere sempre sulle zampe)

Il senso organico è quello che allerta il corpo riguardo alle sue condizioni interne, e vi permette per esempio di capire che siete affamati o assetati.

Il terzo senso introspettivo è definito come Propriocezione. Semplificando si può definirla come la capacità del cervello di conoscere la posizione delle parti del corpo. Per capire questo senso, chiudete gli occhi ed estendete la vostra mano in una direzione casuale. Ora identificatene mentalmente l’esatta posizione dopodiché aprite gli occhi. Sappiate che il cervello potrà identificare la posizione della vostra mano, anche se nessuno dei 5 sensi “classici” potesse rilevarla.

La perdita del senso della Propriocezione è conosciuta con diversi nomi: Sindrome di Sack e Deficit della Propriocezione sono titoli differenti per la stessa malattia, ovvero l’incapacità del corpo di essere consapevole di se stesso. Essendo un disturbo raro non è facile stabilire quali siano i primi sintomi anche se pare chiaro che siano legati alla perdita di coordinazione fino ad arrivare alla totale mancanza di propriocezione. A questo punto la persona prova una sensazione di totale dissociazione tra mente e corpo proprio come se questi fossero separati ed indipendenti.

Il neurologo e scrittore Oliver Sack (omonimo della Sindrome, già autore di “Risvegli”), ha descritto nel libro “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” la storia di una paziente definita “La Disincarnata“. Questa donna, nell’arco di pochi giorni, passò da uno stato di piena salute ad uno nel quale era totalmente priva della consapevolezza del proprio corpo.

Le conseguenze di questo disturbo sono gravi, basti pensare alle varie semplici attività che richiedono l’utilizzo di questo senso durante il giorno. Se per esempio mentre portate la borsa della spesa verso l’automobile e vi cadono le chiavi, le vostre gambe non si piegheranno facilmente perché non avete pieno controllo su di loro, ciò che tenete nell’altra mano cadrà improvvisamente nel momento in cui smettete di concentrarvi su tale attività, la vostra mascella si aprirà nel momento in cui non starete più pensando a tenere la bocca serrata.

Al momento non esiste una cura per questa Sindrome. Come in ogni altra persona sottoposte a deprivazione sensoriale, le persone affette da deficit della propriocezione tendono a sostituire questa percezione con un altro senso.  La paziente di Oliver Sack sostituì la propriocezione con la vista. Poiché non era più in grado di stabilire dove si trovassero le proprie parti del corpo, creò tale consapevolezza guardandosi. Se voleva afferrare una tazza di caffè doveva osservare attentamente la propria mano finché non aveva sorseggiato e posato di nuovo la tazza al sicuro. Se voleva camminare nella stanza, era necessario che guardasse attentamente i propri arti inferiori.

Ogni movimento va quindi attentamente analizzato e messo in atto, non è più possibile affidare al corpo semplici attività come il camminare o il sedersi. Inoltre i movimenti non appaiono per nulla naturali, è come se la mente comandasse una marionetta. Aprire una porta diventa un complicato processo di allungamento del braccio, contrazione delle dita, rotazione del polso, contrazione del braccio, e così via.
Inoltre le parti del corpo non direttamente oggetto di attenzione divengono totalmente prive di controllo.

Fortunatamente la Sindrome di Sack è molto rara, non contagiosa e non trasmissibile geneticamente. A differenza di molti altri disturbi, le statistiche suggeriscono che siano più colpite le persone con maggior grado di istruzione. E’ per questo che si ipotizza che tra le cause ci possano essere motivi psicologici. Ciò che è certo è che questo disturbo mette in evidenza funzioni della mente umana che sono ad oggi ancora poco conosciute.

APPROFONDIMENTI e RISORSE ESTERNE

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