Come smettere di provare vergogna per il tuo disturbo d’ansia

L’ansia è una fonte di vergogna ben radicata per la maggior parte delle persone, e la vergogna è un sentimento tossico che ci tiene bloccati e che ritarda la nostra guarigione completa dal disturbo d’ansia. Per cominciare a guarire la nostra ansia, dobbiamo rinunciare al nostro senso di vergogna riguardo essa. Se la esponiamo alla luce del giorno, la vedremo per la menzogna che è.

La vergogna si manifesta in modi diversi per le persone ansiose: vergogna di essere deboli. Vergogna di fallire come madre o padre o capo o amico. Vergogna di non essere in grado di sostenere la tua famiglia e portare a casa uno stipendio. Vergogna di non essere in grado di uscire dalla propria zona di sicurezza o di andare a fare shopping da solo senza la persona che ti dà sicurezza.

La maggior parte di questa vergogna è alimentata da un dialogo interiore negativo. Per esempio, un padre che sta affrontando l’ansia potrebbe pensare: “Come posso io, l’uomo della famiglia, non essere in grado di portare i miei figli a una partita di pallone?”

Uno studente universitario potrebbe pensare: “Tutti gli altri sono così estroversi, e io ho paura di sedere anche solo pochi minuti in aula.”
Una neomamma potrebbe pensare: “Ho questo meraviglioso bambino che adoro così tanto, ma questi pensieri ansiosi mi stanno rubando la gioia che dovrei poter sentire. Come posso pensare certe cose? Sono una madre terribile?”

Ci sono persone che non nascondono la loro ansia e che sembrano felici di parlarne, ma anche in quel caso la conversazione tende a rimanere a un livello superficiale. Se scavi un po’ più a fondo tuttavia, inevitabilmente troverai quella stessa vergogna latente, una vergogna che non vogliono condividere con nessuno, cose che non vogliono ammettere per timore di essere giudicati.

Spesso la vergogna segna davvero nel profondo. Una volta ricevetti una telefonata da una donna che voleva parlare dei suoi attacchi di panico e della sua ansia costante. Lei viveva con suo marito e i suoi figli in un piccolo paese. Mi disse come l’ansia e gli attacchi di panico stessero distruggendo la qualità della sua vita, e come ogni giorno si stesse trasformando in un’intensa battaglia. Aveva l’abitudine di viaggiare tutto intorno al mondo per lavoro come responsabile vendite per una grande azienda, ma ora trovava difficile uscire dalla porta di casa per paura di avere un attacco di panico.

Le chiesi se avesse detto a qualcuno del suo problema con l’ansia a parte suo marito e il suo dottore. Mi rispose che aveva parlato con qualche amico, ma in generale teneva la cosa per sè, temendo che gli altri cominciassero a spettegolare a riguardo. Quindi le chiesi cosa davvero la turbasse di più della sua ansia.
Si irritò un po’ e disse, “Ma non mi stavi ascoltando? Non riesco ad uscire di casa a causa di questo, e ho dei bambini ai quali badare. Cosa potrebbe esserci di peggiore di questo?” “No, quello lo capisco,” dissi. “Ma cosa DAVVERO ti turba della tua ansia?” Ci fu un lungo silenzio. Poi, dopo un attimo disse “Non uscire di casa non è che la metà del problema. C’è tutto il resto che non potrei mai confessare a nessuno…mi vergogno troppo.”
“Beh, mettimi alla prova,” dissi. “Sono praticamente una sconosciuta, solo qualcuno all’altro capo del telefono. Non credo che ci vedremo mai di persona. Non hai niente da perdere.”
“Okay…,” disse. “Beh, in fondo ho paura di perdere la testa. Come se stessi perdendo il contatto con la realtà. Non sono mai presente con i miei figli perchè tutto il tempo penso alle mie idee ansiose.”

Le dissi che le persone spesso riescono ad ammettere col proprio dottore o con gli amici più cari il loro problema con l’ansia e gli attacchi di panico, ma raramente ammettono le cose che davvero li sconvolgono maggiormente. Nascondono le loro paure più grandi così in profondità e soffrono in un terribile silenzio.
Per esempio, è normale per queste persone avere timore di prendere in mano un coltello da cucina nel caso in cui impazziscano e finiscano per accoltellare qualcuno o di diventare ansiosi dietro il volante di un’auto per timore di sbandare in modo incontrollato e incrociare il traffico in senso opposto. Oppure odiano uscire in balcone per timore di essere presi da un momento di pazzia e buttarsi giù. Altri ignominiosi pensieri ansiosi hanno a che fare con proibiti, aggressivi, o pensieri sessuali perversi o dubbi riguardo alla propria identità sessuale.

Così tante persone soffrono in silenzio a causa di questo tipo di importuni pensieri ansiosi, e vorrei che tutti avessero la possibilità di capire quanto comuni siano. Tali pensieri sono molto diffusi e non sono un segno di malattia mentale, ma piuttosto il risultato di un alto livello di ansia, ormoni dello stress, sfinimento, e un’immaginazione iperattiva. Ecco qua. (Parlo di questo tipo di pensieri importuni nel capitolo “Smetti di temere i pensieri ansiosi.”)

Esiste un episodio di un uomo che davvero riassume il tipo di vergogna della quale soffre la gente con disturbi d’ansia. Tommaso, che soffriva di frequenti attacchi di panico, era il padre di un ragazzino di dieci anni. Ogni weekend si rimproverava per non avere il coraggio di fare certe cose con suo figlio. Cose come andare a pesca o in tenda, come aveva fatto lui col padre crescendo.
Una volta mi raccontò di una recente uscita in occasione di un concerto pop, avvenuta poco prima che parlassimo. Andavano a vedere una popolare band suonare in un locale della zona con alcuni degli amici di suo figlio e i loro genitori. I biglietti non erano economici e il figlio “non vedeva più l’ora di andare a questo evento fighissimo”.

Erano seduti nel bel mezzo della platea quando Tommaso cominciò a sentire le spiacevoli sensazioni di costrizione al petto che in genere gli scatenavano gli attacchi di panico. Fece del suo meglio per ignorarlo ma non appena la band salì sul palco e la folla cominciò a gridare sentì l’ansia montare velocemente e avvertì il bisogno di uscire di lì. Il problema era che erano tutti insieme e la sensazione di essere intrappolato con quelle persone sul posto peggiorava la sua ansia.

Resistette ancora qualche minuto, poi improvvisamente si alzò e disse a suo figlio di seguirlo fuori. Mentre se ne andavano spiegò agli altri genitori che suo figlio non si sentiva bene e che sarebbero ritornati a casa. Questo sorprese gli altri, dato che il figlio era stato di ottimo umore tutta la sera.
Quando furono fuori, gli occhi di suo figlio erano pieni di lacrime mentre chiedeva a suo padre che cosa non andasse. Perchè aveva mentito? Perchè dovevano tornare a casa?

Tommaso non seppe come rispondere e bonfonchiò qualcosa riguardo a qualcosa di urgente che doveva fare, mentre camminavano velocemente verso la macchina e guidavano verso casa. L’intero incidente riempì Tommaso di un tale senso di vergogna che scalfì il suo senso profondo di autostima.

Per mettere fine alla vergogna, devi smascherarla. Prima devi ammetterlo chiaramente con te stesso. Devi avere chiaro in testa cos’è che non potresti mai ammettere con qualcun altro. A quel punto può cominciare la guarigione. La vergogna è comunque una menzogna di cui non hai bisogno. Quando la esponi alla luce del giorno, perde la sua presa perchè viene mostrata per quello che è: un’illusione.

Non c’è niente di cui vergognarsi nel soffrire di un problema di ansia. Sei in buona compagnia. Si dice che alcune delle menti migliori del mondo abbiamo sofferto di ansia, come lo scienziato Charles Darwin e Sir Isaac Newton. È ritenuto che artisti e scrittori famosi come Alfred Lord Tennyson, T.S. Eliot, Marcel Proust, Emily Dickinson (la lista è davvero infinita) ne abbiano sofferto in modo analogo.

Il collegamento tra creatività e ansia è assodato. La ricerca mostra che le persone che soffrono di problemi d’ansia tendono a ottenere un punteggio superiore alla media in intelligenza, creatività e sensibilità. Quello che accade, fortunatamente, è che tutte quelle caratteristiche positive possono ritorcersi su sé stesse quando lo stress e l’ansia si manifestano. Una mente acuta e intelligente corre a diagnosticare qualsiasi sensazione fisica inusuale, e quando non individua una risposta, viene sopraffatta dall’ansia e giunge a conclusioni irrazionali.

Deepak Chopra ha scritto: “Il modo migliore di utilizzare l’immaginazione è la creatività. Il modo peggiore di utilizzare l’immaginazione è l’ansia.”

Un carattere sensibile con una vena creativa spesso usa l’immaginazione per mettere insieme scenari spaventosi che sembrano usciti da un film horror. Quanto spesso avete provato una sensazione e poi avete lasciato la vostra immaginazione scatenarsi pensando ad ogni cosa possibile che potevate avere?

Vuoi migliorare la tua vita? Puoi iniziare già da questo Weekend.

  1. Fai ordine. Perché stai ancora conservando quei biglietti d’amore che ti ha scritto l’ex anni fa? Stanno occupando spazio nel tuo mondo materiale ed occuperanno anche quello emozionale. Il disordine ti influenza negativamente. Non hai mai notato di essere molto più produttivo quando lavori su una scrivania pulita? Prenditi un weekend per sbarazzarti dell’immondizia che hai accumulato negli anni. Trova un piccolo posto in casa dove poter mettere i rifiuti che devi per forza tenere. Disordine significa caos.
  1. Smettila di preoccuparti di ciò che pensano gli altri. Smettila di pensare a ciò che gli altri pensano di te o delle tue scelte, inclusi i tuoi genitori. Mentre rimugini sul fatto di cambiare lavoro, di fare una vacanza diversa dal solito, o di cambiare casa, vedere e considerare le tue decisioni con gli occhi degli altri ti fa sprecare tempo ed energia.
  1. Stacca la spina. Ci sta lasciare stare il tuo telefono per una sera; i social media saranno ancora là al tuo ritorno. Postare costantemente dove ti trovi e quanto ti diverti può diventare estenuante, oltre a sottrarti dal momento che stai vivendo. Finisci per vivere le esperienze attraverso lo schermo del tuo smartphone al posto di godertela in prima persona.
  1. Fai del volontariato. Tutti i primi dell’anno dico che farò qualcosa di buono per l’umanità. Ma non succede mai. Ma! Ci sono studi dimostrano che fare volontariato ti fa bene sia fisicamente che psicologicamente. Anche fare volontariato per poco tempo ci dà un impulso positivo, quindi dedicare qualche ora ad una causa degna è una mossa vincente.
  1. Fai qualcosa che hai paura di fare. Se hai paura di cantare in pubblico vai in un bar dove fanno karaoke e canta a squarciagola. Se hai sempre voluto provare a fare box ma hai sempre avuto paura di fare schifo, allora iscriviti ad un corso di box. Metterti in gioco ti dà un senso di soddisfazione, anche se dovessi fallire. Il beneficio che ne trai non è il successo, è il fatto di uscire dalla tua zona di comfort. La tua vita ne sarà rinvigorita e ti sentirai senza paura, anche se dovessi essere pessimo nel fare ciò che fai.
  1. Scrivi una lettera ad un amico che abita lontano. Sì, proprio una lettera scritta a mano, non una mail: pensa a quanto si divertirà il tuo amico a ricevere la lettera; e probabilmente riceverai presto una lettera di risposta. Tutti sanno che ricevere una lettera “alla vecchia maniera” è divertente.
  1. Cucina un piatto buonissimo. Se cucini regolarmente, mettiti alla prova e cucina un piatto che non hai mai fatto prima, che sia difficile o esotico. Se invece non conosci la differenza tra una padella per friggere ed una casseruola, scegli qualcosa di delizioso ma semplice. La sfida di creare qualcosa che normalmente non faresti ti dà una gioia vera, così come mangiare ciò che cucini.
  1. Passa del tempo con un cane. Gli animali e, in modo particolare, i cani, hanno un punto di vista sul mondo veramente semplice. O gli piace qualcosa così tanto da annusarne e leccarne tutte le parti, o lo odiano e lo lasciano stare. Senza offendersi, senza arrabbiarsi, senza pensare a dove si trovano. È sufficiente un po’ di amore e un po’ di bavetta di cane per trasformare il peggiore dei musi in un sorriso. Qualche ora a giocare e pettinare un amico peloso può portare una dose salutare di genuina felicità.
  1. Tieniti in forma. Sia che questo significhi andare in bicicletta ben attrezzati oppure correre disordinatamente intorno al quartiere. Scientificamente parlando, la fatica fisica rilascia gli ormoni della felicità chiamati endorfine. Una sfida sportiva può alleggerire il carico di stress che ci portiamo appresso. C’è qualcosa di stranamente soddisfacente nel sudare e puzzare così tanto per aver faticato duramente.
  1. Immergiti nella natura. A meno che tu non viva in un luogo sperduto, le probabilità che durante la settimana debba affrontare lo stress del traffico sono alte. Troppo caos, troppo inquinamento e troppe persone stupide. Vai da qualche parte dove sei circondato da alberi, laghi o montagne, anche se si tratta solamente di un parco in città. Stare seduti al sole nell’erba con qualche snack e della buona compagnia puoi aiutarti a ritrovare l’equilibrio. Alla fine, porterà del colore nella tua vita.

Mangiare Pesce Crudo è Rischioso Per La Salute ?

Nel mese di Agosto un uomo di Chicago ha fatto causa ad un ristorante che gli ha servito del Salmone contaminato dal parassita Taenia solium (verme solitario), denunciando come il ristorante non avesse supervisionato il personale al fine di trattare correttamente il pesce e permettendo ai clienti di consumare cibo non sicuro.

Anche in Italia il consumo di pesce crudo è in aumento, utilizzato per esempio nella preparazione di Sushi e Sashimi; tuttavia i rischi per la salute sono rilevanti solamente se i ristoratori non rispettano le norme sanitarie: la legge prevede che i pesci consumati crudi devono essere lasciati nel congelatore per 24 ore a -18 gradi. Questo processo è fondamentale per l’uccisione di tutti i parassiti.

Chi ha l’abitudine di preparare il pesce crudo a casa propria deve quindi considerare che rischia di esporsi a diversi potenziali rischi per la salute; primo tra tutti l’Anisakidosi.

L’anisakis è un verme di circa 3 cm, che può infestare praticamente tutti i pesci ma che è presente nell’85% delle aringhe, nell’80% delle triglie e nel 70% dei merluzzi. Il vermetto provoca dolori addominali, diarrea, nausea, vomito, perforazioni dell’intestino e dello stomaco. Ovviamente in luogo del congelamento l’altra soluzione è la cottura. Il succo di limone o l’aceto non bastano ad uccidere i parassiti, occorre appunto la refrigerazione prolungata o il calore.

I sintomi si manifestano entro 7 giorni dall’ingerimento di cibi marini con la comparsa di dolori addominali, diarrea e febbre. Le larve possono anche penetrare nella parete gastrica o intestinale con formazione di lesioni ascessuali o più frequentemente granulomatose (forme croniche di anisakidosi), con emorragia, necrosi che possono condurre all’occlusione intestinale, sino alla perforazione dell’organo con peritonite.

La diagnosi di certezza di anisakidosi scatta con l’individuazione del parassita. Ma non è sempre facile. Molti casi si prestano a essere scambiati per altre patologie gastrointestinali: rettocolite ulcerosa, morbo di Crohn, neoplasia intestinale o anche appendicite acuta. Quando l’anisakidosi si presenta nella forma complicata, tale da causare una occlusione intestinale, è necessario l’intervento chirurgico.

“Non c’è da fare terrorismo”, avverte il professor Gidaro, direttore della prima clinica chirurgica dell’ospedale di Pescara. “Diciamo però che è come il fumo, è un problema di informazione: soltanto da un po’ si sta prendendo coscienza che le sigarette fanno male, così bisogna sapere che mangiare pesce crudo può spesso provocare guai seri”. “Ovvio che non tutti coloro che mangiano pesce crudo incorrono nei problemi capitati a tanti nostri pazienti (32 i casi rilevati tra Chieti e Pescara negli ultimi tre anni). Con questo voglio dire che non tutti sono costretti a operarsi d’urgenza però sono molto frequenti altre conseguenze, che spesso rimangono silenti. E’ il caso delle allergie al pesce o gli shock anafilattici che queste allergie sono in grado di provocare”.

E’ per questo che a Pescara si è costituita la Sisan, una società che si occuperà del problema dell’anisakis cercando di rilevarne l’incidenza con uno studio epidemiologico, e tentando di avviare una rigorosa campagna di prevenzione. “Qui bisogna subito sgomberare il campo da un equivoco”, prosegue Gidaro, “l’anisakis nel pesce c’è sempre stata, dunque non è un problema di inquinamento del mare. La differenza è che, diversamente dal passato, siamo più consapevoli dei danni che possiamo causare alla nostra salute quando mangiano pesce crudo senza prendere precauzioni”.

APPROFONDIMENTI e RISORSE ESTERNE

http://ilcentro.repubblica.it/dettaglio/Il-verme-del-pesce-crudo/1337203?edizione=EdRegionale

Gli Effetti dello Stress Cronico

Cefalee, disordini alimentari, disturbi del sonno, gastriti, coliti, stanchezza eccessiva, irritabilità, difficoltà di concentrazione, perdita di capelli tra le donne; lo stress viene riconosciuto come causa di queste e molte altre problematiche.

La natura ha dotato i nostri antenati preistorici di uno strumento che li aiutasse ad affrontare le minacce: un sistema di rapida attivazione che focalizza l’attenzione, accelera il battito cardiaco, dilata i vasi sanguigni e prepara i muscoli alla fuga o al combattimento. L’essere umano moderno è invece soggetto in maniera continua a stress ma di natura differente: traffico, scadenze, pagamenti, problemi lavorativi, litigi coniugali, inquinamento acustico ed altre pressioni considerate ormai come parte integrante della società. Molti organi nel nostro corpo vengono perciò stimolati da un flusso considerevole e continuo di segnali di allarme, inviati al fine di alzare il livello di attenzione, che possono danneggiarli e compromettere lo stato generale di salute.

Cosa succede nel cervello e nel corpo quando siamo sotto stress ? Quali organi vengono attivati ? Quando i segnali di allarme necessari per alzare il livello di attenzione iniziano a causare problemi ? Solo di recente sono stati formulati modelli coerenti di come lo stress cronico danneggi la salute, tuttavia le soluzioni atte ridimensionare il problema esistono.

Negli ultimi decenni la ricerca scientifica ha identificato molte parti del cervello e del corpo che vengono attivate in risposta ad una situazione di stress. Queste regioni analizzano i segnali sensoriali ed emotivi e comunicano con una vasta rete di nervi, organi, vasi sanguigni e muscoli, riposizionando le energie corporee al fine di affrontare e gestire la situazione.

Quando uno scenario fonte di stress si presenta, una piccola area al centro del cervello chiamata ipotalamo si occupa di gestire la situazione. Esso contiene diversi gruppi di neuroni, adibiti allo svolgimento di differenti compiti. Questi regolano il sonno e l’appetito, per esempio, e la concentrazione di alcuni importanti ormoni nel flusso sanguigno. Il gruppo di neuroni più importante è il nucleo paraventricolare (PVN), il quale ha il compito di secernere l’ormone di liberazione della corticotropina (CRH, da Corticotropin-Releasing Hormone), ed anche chiamato corticoliberina, un neurotrasmettitore che ha il compito di avviare una reazione in risposta alla situazione stressante.

L’ormone CRH è stato scoperto nel 1981 da Wylie Vale al Salk Institute for Biological Studies di San Diego e da allora è stato analizzato approfonditamente. E’ certo che il CRH controlli la reazione allo stress in due modi.

In primo luogo raggiunge gli organi attivando un’allerta neuro-ormonale (denominata anche “braccio-lungo”) ovvero un percorso dall’ipotalamo verso la ghiandola pituitaria (o ipofisi) del cervello e verso le ghiandole surrenali. Questo percorso è anche conosciuto come l’asse ipotalamico pituitario adrenale. Quando l’ormone CRH raggiunge l’ipofisi la stimola a rilasciare nel flusso sanguigno l’ormone adrenocorticotropico (ACTH). La prima conseguenza del rilascio dell’ormone ACTH nel sangue è l’attivazione delle ghiandole surrenali al fine di produrre e rilasciare ormoni glucocorticoidi. Solitamente il livello di questi ormoni nel sangue segue un ritmo preciso durante il giorno: elevato nel primo mattino e basso a fine giornata. Uno dei compiti più importanti è incrementare il glucosio nel sangue al fine di fornire energia per muscoli e nervi. Altri compiti importanti sono la regolazione del metabolismo glucidico e del ciclo sonno-veglia. Poichè questi ormoni regolano queste importanti funzioni il loro livello deve essere calibrato in maniera precisa, ecco perchè l’ipotalamo ha anche la possibilità di ridurne rapidamente il livello nel sangue.

L’ormone CRH fa si che i suoi effetti si manifestino anche tramite un percorso meno complesso denominato “braccio corto”. Una piccola ma importante regione nel cervello denominata  locus coeruleus situata  nel tronco encefalico, la zona dell’encefalo in prossimità del midollo spinale, ha in questo frangente una funzione paragonabile a quella delle stazioni di ritrasmissione (i cosiddetti ripetitori di segnale). Collega infatti l’ipotalamo con il sistema nervoso autonomo, il quale controlla tutti i processi fisiologici che avvengono indipendentemente dalla nostra volontà quali per esempio la respirazione, la regolazione della pressione sanguigna, la digestione e via dicendo.

Il sistema che regola la risposta allo stress ci permette di affrontare una situazione con maggiore efficienza ma quando lo stress quotidiano aumenta considerevolmente la sua stessa funzionalità può diventare inutilmente intensa e continua.

Tuttavia l’attivazione dello stato di allerta da parte dell’ipotalamo dovrebbe essere un evento straordinario, non la normalità. Quando la situazione di emergenza viene a cessare, il sistema di gestione dello stress deve essere rapidamente disattivato per permettere agli organi interessati di recuperare le energie. Ma quando le circostanze esterne stimolano continuamente la produzione di ormone CRH il corpo reagisce in continuazione senza aver modo di rilassarsi.
Questa sollecitazione continua rende il corpo più vulnerabile. Gli organi riproduttivi per esempio divengono meno efficienti. E’ stato appurato come le persone esposte a grandi sforzi fisici per vari anni risultino essere meno fertili. Il livello di testosterone negli uomini diminuisce, mentre il ciclo mestruale nelle donne diventa irregolare o perfino cessare. L’anoressia e digiuni prolungati hanno simili effetti dannosi sulla fertilità. In entrambi i casi il livello di CRH nel cervello va ad incrementarsi. I soggetti anoressici hanno livelli elevati degli  ormoni dello stress nel sangue e nelle urine anche nelle tarde ore del giorno, quando nelle persone sane i valori per tali ormoni risultano essere inferiori. Inoltre, quando le loro ipofisi vengono stimolate in via artificiale con dell’ormone CRH, i soggetti anoressici secernono minori quantità degli ormoni che regolano il sistema di risposta allo stress; ciò dimostra che il loro asse ipotalamico pituitario adrenale è già in una situazione di iperattività.
L’eccesso di CRH dovuto a situazioni di stress cronico riduce inoltre la secrezione di ormone della crescita, cosi come la concentrazione nel sangue delle sostanze che regolano l’effetto dell’ormone della crescita sugli organi. I bambini in situazioni di disagio e stress cronico crescono più lentamente. Negli adulti lo sviluppo di muscoli ed ossa, e la corretta funzionalità del metabolismo dei grassi sono ostacolati.
Uno dei principali effetti fisiologici dello stress coinvolge stomaco ed intestino. Quando l’asse ipotalamico pituitario adrenale è troppo attivo e contemporaneamente i livelli dell’ormone CRH nel cervello sono troppo alti, i segnali lungo il nervo vago vengono bloccati. Questo nervo ha come scopo principale quello di stimolare la produzione dell’acido gastrico e regolare i movimenti compiuti dallo stomaco e dall’intestino durante la fase della digestione (invia inoltre impulsi al cuore ed a vari muscoli motori).Altri studi recenti hanno scoperto che anche le vittime di violenze e di abusi sessuali, ovvero persone che hanno subito forti traumi psicologici con conseguenze a medio-lungo termine, soffrono spesso di disturbi della digestione. In questi soggetti, per la maggioranza giovani donne, l’asse ipotalamico pituitario adrenale è generalmente in stato di iperattività. Se questa condizione persiste per lungo tempo il metabolismo dei carboidrati muta. Il grasso corporeo si ridistribuisce: i depositi di grasso sottocutaneo si spostano verso l’addome; le cellule possono smettere di assorbire glucosio in risposta all’insulina, una condizione che può condurre il soggetto al diabete.
Una iperattività dell’asse ipotalamico pituitario adrenale può anche causare sintomi simili a quelli riscontrabili nelle malattie mentali. Infatti ricerche farmacologiche recenti hanno svelato elevati livelli di CRH hanno un ruolo importante nei casi di disordini mentali. Le persone depresse o predisposte ad attacchi di panico hanno generalmente livelli elevati di tale ormone nel sangue e nel liquido cerebrospinale.

Lo stress cronico fa male alla salute quindi, tuttavia lo stress non è tutto uguale. Una minima quantità di stress, chiamata anche stress positivo, è addirittura auspicabile in quanto ci tiene mentalmente e fisicamente pronti ed efficienti.
Ma allora quando la salute a rischio ?  Non esiste purtroppo una risposta valida per tutti. Non è facilmente quantificabile il livello di rumore sul posto di lavoro o il numero relazioni sentimentali naufragate che il nostro sistema di gestione dello stress può gestire senza alcuna conseguenza. Ciò che è certo è che prolungate condizioni di stress (definibili stress cronico) possono compromettere i nostri organi e la nostra salute.

CONSULENZA

L’articolo e’ stato redatto avvalendosi della consulenza della Psicologa Psicoterapeuta Dott.ssa Ernesta Zanotti

APPROFONDIMENTI e RISORSE ESTERNE

Scala dei Valori Stressanti (messa a punto dal Prof. T.H. Holmes e R.H. Rahe dell’Università di Washington nel 1967

PUNTI – EVENTI STRESSANTI

100 – Morte del Coniuge
73 – Divorzio
65 – Separazione fra Coniugi
63 – Carcerazione
63 – Morte di un familiare stretto
53 – Malattia o ferita
50 – Matrimonio
47 – Licenziamento
45 – Riconciliazione coniugale
45 – Pensionamento
44 – Malattia di un familiare
40 – Gravidanza
39 – Difficoltà sessuali
39 – Acquisizione di un nuovo membro della famiglia
39 – Riassesto negli affari
38 – Mutamento delle condizioni finanziarie
37 – Morte di un amico stretto
36 – Cambiamento di lavoro
35 – Aumento di conflittualità con coniuge
31 – Accensione di mutuo dall’importo considerevole
30 – Preclusione di mutuo o di un prestito
29 – Mutamento di responsabilità sul lavoro
29 – Abbandono della casa di un figlio
29 – Disaccordo con i parenti
28 – Rilevante successo personale
26 – Moglie inizia o cessa un lavoro
26 – Inizio o fine percorso scolastico
25 – Cambiamenti nelle condizioni di vita
24 – Correzioni delle prime abitudini di vita
23 – Fastidi con un superiore
20 – Mutamenti di orario e condizioni di lavoro

Il Fenomeno Baader-Meinhof

Potreste aver sentito parlare del fenomeno Baader-Meinhof di recente. Se non fosse così potrebbe accadervi di sentirlo nominare presto. Di cosa si tratta ? E’ un fenomeno per il quale poco dopo aver appreso un’informazione particolarmente insolita ed inusuale oppure aver sentito una parola od un nome poco familiare, capita di iniziare ad incontrare tale termine nuovamente, spesso in maniera ricorrente ed in un breve lasso di tempo. Ogni volta che avete pensato “Che strano, ho giusto sentito parlare di questa cosa pochi giorni fa”, state sperimentando il fenomeno Baader-Meinhof.

Moltissime persone hanno vissuto il fenomeno più spesso di altre. Nonostante la Scienza affermi che un mondo complesso come il nostro crei i presupposti per coincidenze frequenti, la ricorrenza e la precisione con la quale tale fenomeno si presenta rendono questa spiegazione troppo semplicistica.

Si tenga invece in considerazione che il cervello umano è altamente specializzato nel riconoscere gli schemi ed i modelli (detti anche pattern) ricorrenti, una caratteristica che è molto utile ai fini dell’apprendimento ma che è anche la causa per la quale diamo troppa importanza ad eventi che in realtà non sono particolarmente degni di nota.

Considerando il numero di parole, nomi e concetti ai quali ogni persona è esposta ogni giorno, non è per nulla sorprendente che saltuariamente si incontrino di nuovo le stesse informazioni in un breve arco di tempo. Quando una sequenza di informazioni identiche ha luogo, il cervello promuove tali ricordi dando loro maggiore importanza. Ciò che fatichiamo a notare sono invece le centinaia se non migliaia di informazioni che non sono ripetute, in quanto non vanno a formare schemi che il cervello riconosce come importanti. Questa tendenza ad ignorare ciò che non è interessante è un esempio di attenzione selettiva.

Tuttavia si consideri che le coincidenze stesse sono frutto di un processo mentale e che gli esseri umani tendono a sottostimare le probabilità che due eventi si ripetano. Ciò fa si che quando udiamo un termine nuovo per la seconda volta reagiamo come se ci trovassimo di fronte a qualcosa di più di una semplice coincidenza. Questo avviene perché il fenomeno Baader-Meinhof è amplificato dall’effetto recency ossia la naturale tendenza della memoria ad essere più sensibile agli eventi accaduti o narrati di recente.
A volte questo fenomeno è confuso con il principio della sincronicità, il quale si manifesta in modo simile ma è basato su teorie più complesse.

L’origine del nome di questo fenomeno non è certa. Tuttavia il fatto che abbia la stessa denominazione della sanguinaria organizzazione terroristica tedesca RAF (detta anche Banda Baader-Meinhof) non è casuale. Il St. Paul Pioneer Press, importante giornale del Minnesota, pubblicò per primo un articolo che mise in evidenza il fenomeno, utilizzando come esempio proprio il termine “Baader-Meinhof”.

Essere Smemorati E’ Importante

Un importante studio ha per primo registrato delle immagini del cervello durante l’attività di cancellazione dei ricordi fonte di distrazione. Questa scoperta rivela perché ricordarsi i dettagli insignificanti non è necessariamente una buona abitudine.

Il dr. Anthony Wagner, responsabile della ricerca condotta presso il Standford Memory Laboratory della Stanford University, spiega che le persone spesso hanno difficoltà a ricordarsi le nuove password in quanto il cervello è distratto da tutte le attuali e vecchie password memorizzate e che nel momento in cui il cervello riesce a dimenticare le combinazioni o password inutili è più facile memorizzare le nuove informazioni.

Michael Anderson, un professore di neuroscienze cognitive presso l’Università dell’Oregon ed esperto dell’argomento,  precisa che stando a questo tipo di ricerche un corso ideale di perfezionamento ed aumento della memoria “dovrebbe includere delle lezioni su come alterare e compromettere i propri ricordi. La vostra testa è piena di un numero sorprendente di cose che non avete bisogno di sapere”.

Sembrerebbe un controsenso, eppure essere bravi nel “dimenticare” è ciò permette a molte persone di avere una grande memoria. Durante la ricerca del dr. Wagner i partecipanti più efficienti furono quelli in grado di dimenticarsi informazioni irrilevanti. Il test eseguito prevedeva la memorizzazione di parole per dimostrare che il cervello sceglie di ricordare informazioni che pensa possano essere rilevanti, mentre cancella attivamente ricordi simili ma meno utilizzati e presumibilmente meno utili. Questo processo sembra essere indispensabile per organizzare i ricordi ed evitare il disordine.

“Ogni volta che state cercando di ricordare qualcosa il cervello si riorganizza effettuando un costante lavoro di rivalutazione dei ricordi al fine di dare loro la giusta importanza.” spiega Brice Kuhl, membro del team di ricerca, “Con questo semplice test studiamo come il cervello organizzi la memoria al fine di indebolire i ricordi che causano conflitto e confusione. Questo è un processo che probabilmente avviene di continuo”.

Quindi il cervello non può lavorare velocemente ed in maniera efficace se non avesse la capacità di dimenticare ciò che valuta possa essere irrilevante. La mente umana non gradisce essere ingolfata dalle informazioni superflue. Forse è per questo che non riusciamo a ricordare molto di quanto c’è stato insegnato durante le lezioni di algebra.

APPROFONDIMENTI e RISORSE ESTERNE

http://news-service.stanford.edu/pr/2007/pr-memory-060607.html

Luoghi Comuni e Miti da Sfatare in Campo Medico

Uno studio pubblicato nel Dicembre 2007 sul “British Medical Journal” condotto da 2 medici statunitensi, ha avuto come obiettivo quello di analizzare ed eventualmente affermare la veridicità o l’inesattezza di alcuni “miti” diffusi tra la gente.
I risultati sono stati chiari e precisi, e hanno dato ragione al professor Aaron Carroll, assistente di pediatria al Regenstrief Institute di Indianapolis e alla ricercatrice Rachel Vreeman, che si occupa di salute del bambino alla Indiana University School of Medicine, da sempre convinti che la disinformazione sia fonte di molti problemi di salute.

Eccone una breve sintesi:

BERE OTTO BICCHIERI D’ACQUA AL GIORNO – E’ un consiglio molto diffuso negli Stati Uniti, ed avrebbe lo scopo di tenere l’organismo idratato e di scongiurare la stipsi. In realtà non c’è alcuna evidenza scientifica dietro questa affermazione. Per mantenere il corpo ben idratato, in condizioni normali di temperatura e di sforzo, basta bere normalmente e non farsi mancare frutta e verdura. Se poi si vogliono dei segnali dal proprio organismo circa necessità di liquidi è sufficiente guardare il colore delle urine (se diventa scuro meglio bere di più) e non ignorare lo stimolo della sete.

PULIRSI L’ORECCHIO CON I “BASTONCINI” – Molti ritengono che per tenere il canale auricolare libero da cerume sia necessario utilizzare gli appositi “bastoncini” dotati di estremità di cotone. Niente di più sbagliato. Facendo così si corre il rischio di spingere il cerume all’interno ma soprattutto di comprimerlo ancora di più. Se poi si utilizza la procedura con i bambini si rischia anche di danneggiare il timpano. Per liberarsi dal cerume ci sono prodotti appositi oppure è possibile rivolgersi ad un otorinolaringoiatra. I bastoncini sono invece consigliati per la pulizia dell’ombelico.

LEGGERE A LUCI BASSE ROVINA LA VISTA Tentando di leggere in condizioni di scarsa illuminazione è possibile provare un senso di affaticamento alla vista o problemi di messa a fuoco, ma questi sintomi non hanno effetti negativi permanenti. La teoria secondo la quale leggere nella penombra causa miopia è infondata. Si consideri per esempio che la percentuale di persone miopi è aumentata nell’ultimo secolo rispetto ai periodi in cui l’umanità utilizzava le candele o le lampade ad olio per illuminare le proprie case.

TAGLIARSI I PELI LI FA CRESCERE PIU’ GROSSI E PIU’ IN FRETTA – E’ uno dei miti più duri a morire. Uno studio ha smentito questa credenza già 80 anni fa, ma non è bastato. Il fatto che un pelo sembri ricrescere più “robusto” dopo essere stato tagliato dipende solo dal fatto che è più scuro di quello reciso perché non è stato ancora esposto alla luce. E se sembra più alto è perché non è stato ancora schiacciato da nulla. Chissà quante volte le ragazze si sono rifiutate di usare il rasoio, la famosa “lametta”, per il terrore di veder poi crescere la “barba” sulle gambe, e si sono sottoposte a costosi trattamenti a base di ceretta.
La rasatura invece, secondo gli studi dei ricercatori americani, non avrebbe alcun affetto sullo spessore e la frequenza della ricrescita.

“NATURALE” E’ PIU’ SICURO – La maggior parte delle medicine deriva da prodotti naturali, quindi piante e erbe hanno poteri terapeutici. Ma molto piante ed erbe contengono anche potenti veleni e tossine. Il lavoro di ricerca svolto dai chimici serve proprio a depurare i principi utili da quelli dannosi ed a concentrarli. L’unica cosa che può garantire la sicurezza sono studi clinici seri e controllati, non la “naturalezza”.

L’ESSERE UMANO UTILIZZA SOLO IL DIECI PER CENTO DEL PROPRIO CERVELLO. Questa “leggenda medica” si è diffusa intorno al 1907 e non è stata originata, come si pensava, da Albert Einstein. Oggi la neuroscienza si è evoluta molto rispetto ad un secolo fa ed è certo che non esistano aree del cervello che restano costantemente inutilizzate.

CAPELLI E UNGHIE CONTINUANO A CRESCERE DOPO IL DECESSO: Questa scioccante quanto insolita affermazione è “pura fantasia” secondo quanto dichiarato dal medico forense William Maples. Tuttavia la disidratazione del corpo dopo la morte può causare un ritiro della pelle che mette maggiormente in evidenza unghie e capelli, dando l’illusione che non abbiano smesso di crescere.

ASPETTARE PIU’ TEMPO POSSIBILE PRIMA DI PRENDERE DEI MEDICINALI ANTIDOLORIFICI – Se si ha, per esempio, un serio mal di testa è meglio prendere un analgesico il prima possibile: non si soffre inutilmente e la pillola risulta più efficace.

NON FARE IL BAGNO DOPO MANGIATO – Dopo mangiato il sangue viene attratto verso stomaco e intestino, che devono svolgere le funzioni necessarie per la digestione del pasto. Quindi ne rimane a disposizione meno per i muscoli e per il resto dell’organismo. Se si svolge un’attività fisica intensa dopo mangiato si verifica quindi una “competizione” fra apparato digerente e muscoli che “si contendono” il sangue. Questo può comportare una difficoltà a digerire o una particolare stanchezza, che può portare in qualche caso allo svenimento per “furto di sangue” al cervello. Se ciò accade in acqua è chiaro che i rischi sono alti, perché si rischia l’annegamento, ma un conto è fare un bagno in mare, in acqua fredda dopo mangiato, oppure fare una partita di tennis sotto il sole dopo mangiato, discorso diverso è il concedersi un bagno in acqua calda o tiepida in una piscina dove si tocca o nella vasca del bagno di casa. E’ evidente che il rischio è completamente diverso.

I TELEFONI CELLULARI SONO PERICOLOSI NEGLI OSPEDALI: L’ultimo dei “falsi miti” è quello della dannosità dei telefoni cellulari sulle apparecchiature mediche degli ospedali. Nonostante i timori diffusi, gli studi hanno riscontrato interferenze minime se non nulle con l’equipaggiamento medico. Al contrario, è stato evidenziato come l’utilizzo di telefoni mobili da parte dei dottori è da associare ad un ridotto rischio di errore medico causato dalla eventuale lentezza nel trasmettere una comunicazione urgente.

APPROFONDIMENTI e RISORSE ESTERNE

http://www.bmj.com/cgi/content/short/335/7633/1288

Le Persone Con Occhi Azzurri Hanno Un Antenato Comune

Originariamente tutti gli occhi erano marroni, ma circa 6-10.000 anni fa una mutazione genetica nel gene OCA 2 ha introdotto un “interruttore” in grado di spegnere la normale capacità di produrre occhi marroni.
Il gene OCA 2 è coinvolto nella produzione di melanina, il pigmento che dà il colore ai nostri capelli, agli occhi e alla pelle. “L’interruttore” presente nel gene tuttavia non spegne interamente la capacità di variare il colore, piuttosto limita la relativa azione di ridurre la produzione di melanina nell’iride.

L’effetto dell’interruttore è molto specifico: se il gene OCA2 fosse eliminato gli esseri umani sarebbero senza melanina, una circostanza conosciuta come albinismo.
La variazione nel colore degli occhi da marrone a blu può essere spiegata dalla quantità di melanina nell’iride e nel caso degli occhi azzurri questa variazione è in realtà minima.

“Proprio da questa circostanza possiamo concludere che tutti gli individui con gli occhi azzurri sono collegati allo stesso antenato” ha spiegato il professor Eiberg, responsabile del Dipartimento di medicina cellulare e molecolare dell’Università di Copenhagen. “Essi hanno tutti ereditato la stessa mutazione esattamente nello stesso punto nel DNA. Per contro gli individui con gli occhi castani hanno una notevole variazione individuale nell’area del DNA che controlla la produzione di melanina”.

Nel corso della loro ricerca, Eiberg e colleghi hanno esaminato il DNA mitocondriale e confrontato il colore degli occhi di individui con l’iride azzurra provenienti da paesi diversi come Giordania, Danimarca e Turchia, in una ricerca durata circa un decennio, a partire cioè dal 1996, quando per la prima volta Eiberg indicò nell’OCA2 il gene responsabile del colore degli occhi.

“La mutazione del colore degli occhi da marroni a blu non rappresenta una variazione migliorativa o peggiorativa del genoma. E’ soltanto una delle molteplici mutazioni casuali quali il colore dei capelli, le lentiggini, le calvizie, un neo sul viso, ed altre caratteristiche che non incrementano o riducono le possibilità di sopravvivenza” spiega il professor Eiberg; “queste variazioni mostrano semplicemente come la natura mescoli costantemente i nostri geni, creando una sorta di cocktail genetico di cromosomi umani per ottenere profili genetici diversi”.

A spasso con Mr. Einstein

Il Dr. Albert Einstein morì il 18 aprile 1955 all’ospedale di Trenton in New Jersey. Come da sua volontà fu cremato senza cerimonia il giorno stesso e le ceneri sparse in un luogo imprecisato. Tuttavia il corpo arrivò all’appuntamento con la cremazione incompleto in quanto il cervello era stato rimosso.

Ora si trova in un contenitore di plastica, immerso nella formaldeide, nel laboratorio del Dr. Thomas Harvey, il medico incaricato di eseguire l’autopsia sul corpo di Einstein. Durante questa operazione rimosse il cervello e lo conservò.

Il Dr. Harvey divenne molto protettivo nei confronti del prezioso cimelio, e lo suddivise in 240 porzioni, che dispose in vari contenitori presso la sua abitazione. Nonostante fosse in possesso del cervello di Einstein, per molti anni non divulgò alcuna informazione a riguardo, dichiarando di non essere in grado di trovarvi nulla di inusuale.

Con il passare del tempo cedette molti campioni del cervello di Einstein a vari ricercatori. Uno di questi, il Dr. Marian Diamond dell’Università di Berkeley, ne scoprì delle caratteristiche interessanti.

La fitta rete di neuroni del un cervello è sostenuta e nutrita da cellule chiamate cellule gliali. Il Dr. Diamond mise a confronto la percentuale di cellule gliali del cervello di Einstein con quelle di altri uomini che morirono alla stessa età e trovò che in Einstein ve ne erano circa il 73% in più rispetto alla media. Ciò poteva significare probabilmente che i suoi neuroni avevano un metabolismo più intenso; necessitavano e consumavano quindi più energia.

Per anni il Dr. Harvey portò con se il resto del cervello ogni volta che si spostava, finché nel 1996 cedette tutte le parti rimanenti al Dr. Elliot Krauss, che lo sottopose ad accurati esami. L’accesso per fini scientifici fu esteso anche altri studiosi e presto le ricerche evidenziarono che il cervello di Einstein era caratterizzato da ben altre particolarità.

Si scoprì che il suo cervello era del 15% più grande della norma, per via del fatto che la corteccia parietale inferiore per entrambe gli emisferi era molto più sviluppata del normale. Questa caratteristica avrebbe dato ad Einstein delle capacità di immaginazione visiva particolarmente spiccate, in quanto le regioni del cervello sovradimensionate sono principalmente responsabili della cognizione visivo-spaziale, pensiero matematico e figurazione del movimento.
Scoprirono inoltre che il cervello di Einstein in quella regione era meno attorcigliato su se stesso rispetto al solito, dando la possibilità ai neuroni di comunicare più velocemente data la loro vicinanza.

Durante la sua vita Einstein era solito minimizzare le sue capacità intellettive con frasi quali “Il contrasto tra quello che l’opinione pubblica pensa delle mie capacità e dei miei successi e la realtà è semplicemente grottesco”. In un’altra occasione disse “Non ho particolari talenti, sono solo appassionatamente curioso”. Tuttavia i risultati ottenuti e gli esiti degli studi sul suo cervello hanno indicato che possedeva realmente delle capacità mentali eccezionali.

Attualmente il quello che resta del suo cervello passa la maggior parte del tempo immerso in un contenitore presso l’ospedale di Trenton in New Jersey e senza dubbio sarà in grado di svelare altre importanti informazioni riguardo la struttura di una mente geniale.

“La cosa più bella che possiamo provare è il misterioso. E’ fonte di tutte le vere arti e scienze.”
Albert Einstein (1879-1955)

 

Depressione Post Partum

La psicologa sorride a Giovanna, una neo-mamma di 36 anni. “Per favore intrattenga il bimbo per un paio di minuti”, la terapista quindi lascia la stanza. Due videocamere filmano Giovanna e la sua figlia di 3 mesi. Nella stanza adiacente un monitor mostra la madre di fronte alla figlia, seduta in un seggiolone. Inizialmente Giovanna appare persa e non sa cosa fare. Dopodiché il suo viso si irrigidisce vistosamente, inizia quindi a sussurrare alla bimba. La piccola instaura un veloce contatto visivo con la madre, diventa irrequieta dopodiché distoglie lo sguardo da lei. Giovanna quindi smette di parlarle e si sente nuovamente insicura su come agire. In maniera assente tocca il piede della figlia con una mano. Passati i 2 minuti la psicologa bussa alla porta, trovando Giovanna sull’orlo di una crisi di pianto.

Risulta chiaro come Giovanna soffra di depressione post-partum, un disturbo che ha danneggiato il suo rapporto con la figlia. Benché la maggior parte delle donne sia soggetta a periodi di pianti, irritabilità, difficoltà di concentrazione e spossatezza, queste crisi passano nell’arco di poche ore o giorni. Ma per una percentuale tra il 10 e il 20 percento delle neo-mamme, nel primo anno di maternità, compaiono problematiche come quelle di Giovanna che, se non trattate adeguatamente, possono perdurare mesi o anni.

Giovanna si sente spesso esausta e svuotata emozionalmente. Quando la figlia piange, a volte vorrebbe sparire o addirittura fuggire. Si sente pervasa dai sensi di colpa per il fatto di non riuscire a mostrare amore alla figlia. Le madri con i sintomi della depressione post-partum sono spesso travolte dalla sensazione che potrebbero perfino fare male alle proprie creature. Nonostante ciò avvenga raramente, le madri depresse possono comunque trovare particolarmente difficile e gravoso occuparsi dei propri figli.

Questa problematica affligge donne di tutto il mondo. Una ricerca su 143 studi effettuati in 40 Paesi mette in evidenza come la depressione post parto è particolarmente comune in Brasile, Guyana, Costa Rica, Italia, Cile, Sud Africa, Taiwan e Corea, con picchi di diffusione del 60% tra le neo mamme.

IL CAOS ORMONALE E LA PREDISPOSIZIONE

Le cause di questo disturbo non sono completamente note, ma l’intensa tempesta ormonale che avviene dopo il parto può, nei soggetti predisposti, contribuire in particolar modo.Le donne sono particolarmente vulnerabili alla depressione durante gli anni fertili: percentuali di diffusione del disturbo sono più alte in donne tra i 25 e 45 anni. Nel numero di ottobre di “American Journal of Psychiatry” uno studio riporta che il 10,4% di circa 4.400 madri è stata depressa nei 9 mesi successivi al parto, la percentuale di donne depresse alle prime settimane della gravidanza è stata del 8,7% e del 6,9% durante la gestazione. Più della metà delle donne con depressione post-partum risulta inoltre essere stata depressa prima della gravidanza, questo fà pensare che possa essere uno dei fattori di rischio maggiori.
Il fattore scatenante nei soggetti predisposti è tuttavia il caos ormonale che avviene durante la gravidanza. Basti pensare che nelle 48 ore successive al parto il livello di estrogeni e di progesterone hanno una brusca diminuzione ad 1/50esimo della quantità presente nel sangue durante la gravidanza. Questa forte oscillazione può contribuire all’avvio dello stato di depressione, così come il più modesto sbalzo ormonale che precede il periodo mestruale basta a causare un cambiamento d’umore nella donna.

Ovviamente il flusso di ormoni non basta a spiegare il fenomeno. Dopotutto queste oscillazioni nella chimica corporea avvengono in tutte le madri, e solo una piccola percentuale di queste accusa questo grave disturbo; con ogni probabilità sono quelle già predisposte al disturbo.
Nel 2000 l’endocrinologo David Rubinow, allora in servizio presso un istituto di salute mentale, presentò una ricerca che mostrava come la simulazione delle variazioni ormonali che avviene durante la gravidanza e dopo il parto in 16 donne fece calare drasticamente i sintomi depressivi in 5 delle 8 donne che avevano avuto in passato esperienze di depressione, mentre questo risultato non si è ottenuto nei soggetti che non avevano mai avuto periodi di depressione.

Anche le energie che una maternità richiede giocano un ruolo importante. Molte donne si sentono esauste a causa dell’interruzione del sonno causata dal pianto del neonato e sentono come particolarmente gravoso il compito di accudirlo. Altre rimpiangono spesso il cambiamento dello stile di vita o la forma fisica che avevano prima del parto. Le donne che devono sopportare questi stress in aggiunta a problemi di coppia, parti difficili, perdita del lavoro o scarso supporto da parte dei familiari sono i primi soggetti a soccombere alla depressione post-partum.

LEGAMI INDEBOLITI

Le conseguenze della depressione si abbattono non soltanto sulla madre. Avvolta da una cortina di tristezza la madre spesso manca di energia emotiva per relazionarsi correttamente col proprio bambino. Un dolore a volte insopportabile le impedisce di percepire un sorriso, un pianto ed altri gesti che il neonato esegue per tentare di comunicare con la madre. Senza una sua risposta da parte sua il bambino cessa di relazionarsi con lei. Per questo i neonati di 3 mesi con madri depresse cercano meno spesso un contatto visivo con la madre e mostrano meno segni di emozioni positive di quanto facciano i figli di mamme senza questo problema.
Infatti i neonati di madri depresse hanno un comportamento analogo alla “impotenza appresa” , un fenomeno che il psicologo Seligman e i suoi colleghi presso l’università della Pennsylvania hanno trattato negli anni 1960. Nell’esperimento di Seligman un animale arriva alla conclusione che una situazione definita come disperata in seguito a svariati falliti tentativi resta tale anche quando la situazione cambia favorevolmente ed un ulteriore tentativo (che però non viene effettuato) sarebbe quindi positivo. Una simile passività caratterizza la depressione in quanto i neonati tendono a imitare il comportamento depressivo della madre. Tale reciproca rinuncia può avviare un processo che porta all’erosione dei legami affettivi tra madre e figlio, specialmente se la depressione compare nei primissimi mesi di vita del bambino. Altri studi hanno mostrato che i neonati sviluppano le capacità sociali di base tra il secondo ed il sesto mese di vita, instaurando relazioni con la madre e spesso anche con altre persone. In una ricerca del 2006 su 101 neomamme, la psichiatra Eva Moehler e i suoi colleghi scoprono che la depressione materna diminuisce fortemente i legami tra madre e figlio se questa compare tra le 2 settimane e i 4 mesi di vita del neonato, mentre non sortisce alcun effetto se il bambino ha superato i 14 mesi di età. Perciò la depressione occorsa durante i primi mesi di vita del bimbo possono essere particolarmente pericolosi per il suo lo sviluppo sociale: il figlio di una madre depressa può diventare molto introverso o essere soggetto a sociofobia, una paura estrema di affrontare determinate situazioni sociali o prestazionali, di interagire con gli altri o anche semplicemente di essere osservati.

La depressione post-partum di solito non ha effetti a lungo termine sullo sviluppo cognitivo del bambino. In uno studio del 2001 gli psicologi Sophie Kurstjens e Dieter Wolke dell’Università di Monaco di Baviera hanno verificato le capacità intellettuali di 1.329 bambini (92 dei quali nati da madri depresse) di varie età tra i 20 mesi e gli 8 anni senza riscontrare particolari deficit tra i figli di madri soggette a depressione post parto.

Nonostante la preoccupante situazione, molte madri non chiedono alcun tipo di aiuto perché bloccate dalla vergogna per uno stato mentale che difficilmente sono in grado di accettare. In questi casi la psicoterapia può essere di grande aiuto.  Terapia con comprovata efficacia sono per esempio quelle d’impronta cognitivo-comportamentale, nella quale lo psicoterapista prova a correggere modi di pensare distorti e negativi nella madre sia discutendo con lei apertamente o chiedendole di esercitarsi al fine di mettere in atto un comportamento via via più flessibile.

Altre tecniche di cura prevedono che venga coinvolto anche il neonato nella terapia. Per esempio con la videoregistrazione e l’analisi dell’interazione tra madre e figlio. La tecnica aiuterebbe le madri a percepire correttamente i segnali inviati dai neonati sentendosi quindi più coinvolte. Questo tipo di terapia dovrebbe quindi riattivare il repertorio di comportamenti istintivi che era stato ottenebrato dalla depressione.
Capita infatti che una madre non riesca ad interpretare il comportamento del figlio innescando così un circolo vizioso nel quale l’apparente rifiuto da parte del neonato la rende insicura e triste. In realtà è normale che un neonato si giri per guardare altrove dopo un’interazione sociale in quanto questo è uno dei primi metodi che utilizza per governare gli stimoli esterni.

Il padre può essere di grande supporto nei casi di depressione post parto. Presumendo che non sia depresso, un padre può contrastare in maniera positiva gli effetti della depressione della madre, costruendo un forte legame con il proprio figlio / figlia. Nel frattempo la madre può procedere nel percorso utile ad alleggerire le difficoltà emozionali chiedendo supporto da familiari ed amici, dormendo di più, passando più tempo col compagno o uscendo di casa più spesso al fine di sentire meno la pressione di madre su di se.

La maggior parte delle madri che ricevono un adeguato trattamento, di solito una combinazione di psicoterapia, cure farmacologiche ed auto aiuto, recuperano completamente nel giro di due / tre mesi. Spesso le madri che escono da questo periodo di depressione hanno una particolare vitalità ed un profondo istinto materno.

CONSULENZA

L’articolo e’ stato redatto avvalendosi della consulenza della Psicologa Dott.ssa Ernesta Zanotti

APPROFONDIMENTI e RISORSE ESTERNE

  • http://www.emedicinehealth.com/postpartum_depression/article_em.htm
  • http://www.4women.gov/FAQ/postpartum.htm
  • Effects of Gonadal Steroids in Women with a History of Postpartum Depression. M. Block, P.J. Schmidt. M. Danaceau, J. Murphy. L. Nieman and D. R. Rubinow in American Journal of Psychiatry. Vol. 157, N. 6 pagine 924-930; Giugno 2000.
  • Effects of Maternal Depression on Cognitive Development of Children over the First 7 Years of Life. S. Kurstjens and D. Wolke in Journal of Child Psychology and Psychiatry. Vol. 42, N. 5 pagine 623-636; Luglio 2001.
  • Interactive Regulation of Affect in Postpartum Depressed Mothers and Their Infants: An Overview. Corinna Reck et al. in Psychopatho/ogy. Vol. 37, N. 6 pagine 272-280; Novembre-Dicembre 2004.
  • Clinically Identified Maternal Depression before, during, and after Pregnancies Ending in Live Births. P. M. Dietz. S. B. Williams, W. M. Callaghan, D.J. Bachman, E. P. Whitlock and M. C. Hornbrook in American Journal of Psychiatry. Vol. 164. N. 10 pagine 1515-1520; Ottobre 2007.